Vent’anni e non sentirli, verrebbe da scrivere in automatico. Ma i Menoventi (Consuelo Battiston e Gianni Garina) non accetterebbero un inizio del genere: hanno sempre lavorato, in teatro, a sconfessare le attese, a rovesciare, con capriole lunari, gli stereotipi, a sminuzzare i meccanismi abituali della comunicazione.
Menoventi, il loro nome, non vuol significare che da oggi, che hanno festeggiato venti anni di attività, smetteranno di fare teatro. Era il riferimento a una temperatura, ben oltre sotto lo zero, quella del loro algido (ma sempre divertente, a volte divertentissimo) scardinare, la temperatura in cui compiere esperimenti radicali. Come in Antartide.
Veglia, il lavoro che hanno presentato al DamsLab di Bologna, in un focus sulla loro attività creativa con un incontro successivo a cura di Matteo Paoletti e Lorenzo Donati, cita e trasporta altrove nello stesso tempo. Ricorda il momento e il luogo dove un tempo, in campagna, ci si ritrovava, in stalle, case, trulli, cascinali, ovunque ci fosse un focolare. Specie d’inverno, quando i lavori di campagna si diradavano. Ma questi clown metafisici, incrocio contemporaneo tra l’allegria volitiva e apparentemente sconclusionata di Arlecchino, e il bianco freddo (ancora!), lunare, meditabondo del malinconico Pierrot, non ci trasportano nel “bel tempo che fu” (ma era davvero bello, quel tempo?). Ci conducono per mano negli sfasamenti, negli slittamenti, tra passato e presente (con un pizzico, sempre, di futuro).
Il focolare è una catasta di legna illuminato da ‘fuochi’ artificiali, fari lampeggianti (una scultura di Oscar Dominguez. Si entra in sala accompagnati dalle musiche ritmiche, elettroniche, distorte, e dal canto distillato, dolcissimo, insinuante, penetrante di Cinzia Zaccaroni, in arte Zeru Zeru. Ci si siede in un grande cerchio. La veglia è un corpo collettivo: si ascoltano storie, si fanno giochi, si parla, qualcuno si addormenta, forse, si sogna, si ripercorrono le cose accadute fuori, nello spazio gelido (!) all’esterno del focolare riscaldato.
In questa veglia c’è tutto questo, diverso. Preso da una distanza siderale che diventa prossimità assoluta.

Le storie portano in un favoloso oriente e narrano di un omino furbo, ma anche sciocco (il Giufà sicialiano, che nel bacino del Mediterraneo assume vari nomi); appaiono la Morte e un visir che cerca di sfuggirle cavalcando a rotta di cavallo verso Samarcanda (già: “Oh, oh, cavallo”). Gira un vaso di vetro con fagioli, e questo è il gioco, in una riedizione di quello di Raffaella Carrà anni ottanta, vero vintage: bisogna indovinare quanti sono. Si beve. Ma la veglia è anche veglia funebre, e una spettatrice vien invitata a morire, a stendersi su un tappetino a forma di bara, con candele, lumini e sguardi intenti, attenti, carichi di divertito cordoglio del cerchio intorno. Si mangia, in una gara a raccogliere pizzette con bastoncini cinesi, ma lunghissimi, perché nell’inferno si fa la fame e in paradiso si gode… La Veglia è anche veglia d’armi… Intanto gli stacchi musicali, incalzanti o fragili, delicati, sussurrati, portano verso il sogno e gli spettatori sembrano avvicinati dalle loro distanze in questo gioco del raccontare ma soprattutto dello stare, del sospendere e rivoltare il tempo.
Buon compleanno e tanti ancora di questi giorni, Menoventi. Ah, tutto finisce celebrando l’anno nuovo: tanto, in fondo, il 31 dicembre non è lontano.
Sia gloria allo spirito, alcolico, bruciante, con dolcezza, di questa compagnia, mai in modo banale acuta, acuminata.


