Una delle ultime sere di carnovale di Carlo Goldoni, scritta nel 1761 e rappresentata nel 1762, segna l’addio dell’autore, in partenza per un incarico alla Comédie Italienne di Parigi, alla sua città, Venezia, che non rivedrà più. Scrive Valerio Binasco nelle note di regia del suo spettacolo, in scena al Carignano di Torino per il Teatro Stabile di quella città fino al 25 ottobre e poi in lunga tournée (vedi più avanti): “è una commedia molto corale. La ragione principale per cui mi è piaciuta da subito è proprio questa. La trama è semplice: si fa una festa, arrivano molti ospiti, non tutti lo sanno ma è una festa di addio”. Anzoletto, dipintore di stoffe, è stato chiamato in Moscovia e la siora Domenica, di lui innamorata, si dispera per la separazione. Non può seguirlo, perché il padre, il sior Zamaria, rimarrebbe solo. Sospetta che di Anzoletto sia invaghita madama Gatteau, una francese in età che promette di partire con lui, come pure più avanti negli anni sono il sior Momolo e la siora Polonia. Le coppie, come sempre all’inizio nelle commedie, non si combinano. E quelle già costituite mostrano qualcosa che le incrina: Elenetta, timida fino a risultare tremebonda, non muove un passo senza il marito; Alba rompe le situazioni di conversazione cadendo continuamente in deliqui ipocondriaci, dichiarando ogni tipo di malori. Equilibrati paiono solo Bastian e Marta, ricchi commercianti, rappresentanti di una classe superiore rispetto agli altri, che sono ascrivibili al “popolo basso” degli artigiani, che, pur praticando un mestiere, faticano a vivere.

È un ritratto d’ambiente questa commedia, favorito dall’uso del dialetto, che spesso cade nella tipizzazione estrema, divertente. Con un’altra nota mesta, oltre a quella delle solitudini e degli amori impediti: Anzoletto sta per lasciare la sua terra per recarsi in un paese lontano, dove non sa cosa lo attende. La malinconia è la cifra della commedia. Una malinconia che si insinua in ogni situazione, senza bisogno di vedere in Anzoletto un alter ego di Goldoni stesso, l’artista incompreso, “il cervello in fuga da un ambiente conformista”, come ricorda Claudio Giunta nell’introduzione al libretto di sala menzionando l’allestimento di Luigi Squarzina del 1968.

La comicità, nutrita dalla ritrosia delle donne, dagli equivoci, dai malori continui di Alba, viene stemperata da un sottofondo di infelicità che risalta in questo allestimento anche grazie alle luci morbide fino all’opacità, che vogliono riprendere un effetto candele, di Alessandro Verazzi. Corale è l’opera. Ma la coralità è piena di sfasamenti, nei due piani della scena di Guido Fiorato, con una scala dietro una parete trasparente che mostra l’arrivo dei personaggi con maschere grottesche. La vecchiaia, il travestimento, l’incomprensione dei giovani, l’apparenza partecipano a quel gioco di coralità difficile, che dà l’idea di una comunità in sfaldamento. La solitudine e l’equivoco ne sono caratteristiche fondamentali, come la sfasatura tra la vecchiaia di madame Gatteau e i suoi bollori amorosi verso il prestante Anzoletto, con alcuni momenti di crudele coinvolgente comicità nelle pretese sentimentali di quella. Tipi da commedia, quasi maschere? Sì, ma con uno sguardo al “mondo” che riscatta dalle stereotipie, pur rimanendo totalmente nel teatro. Questo è il fascino del testo, interpretato con fluida delicatezza da Binasco.

Alla fine, davanti a un tavolo in una sala attrezzata a festa, con decorazioni e cappellini per i partecipanti, tutto va a posto, grazie a mediazioni, a colloqui separati che avvengono in una stanza laterale chiusa: Anzoletto partirà accompagnato da Domenica, perché Zamaria troverà in madame Gatteau una compagna e una compagnia. E anche loro due si avvieranno alla volta della Moscovia. La bottega sarà affidata a Momolo, che intanto riesce a coronare il sogno di matrimonio con Polonia. L’amore trionfa, l’amore che è libertà: dalla solitudine sicuramente, vera insidiatrice delle vite, con consolazioni che possono rivelare un retrogusto di cinica rassegnazione.
C’è chi parte e chi rimane. Tutti cantano “Che serà, serà” e tornano mascherati a prendere applausi. Mascherati, come sempre sono stati, anche senza volti posticci; come siamo tutti noi umani, nelle relazioni sociali, in quelle d’amore, nelle partenze, nelle assenze. Ma lo spettacolo non è finito. Arriva un finale a sorpresa (che non rivelerò), in cui la malinconia, con un’artigliata, diventa struggente e fredda, facendo risaltare un filo rosso che sotto il divertimento ha percorso e insidiato tutta quest’opera di sfasamenti.
Straordinaria la compagnia di attori, guidata da Michele Di Mauro nel ruolo di Zamaria, e da una straripante Milvia Marigliano (madame Gatteau), con Marta Cortellazzo Wiel e Matteo Cremon che incarnano gli spasimi e i languori dei due innamorati principali, più convincente lei, più distante lui. Natalino Balasso e Orietta Notari danno spessore alle parti della coppia Momolo-Polonia. Sono apprezzabili la sicurezza, garantita dalla classe sociale, di Bastian e Marta interpretati da Nicola Panelli e Elisabetta Marzullo, adorabili mediatori. Strepitosa è Giordana Faggiano come Alba, capace di catturare spesso il fuoco dell’azione sul suo personaggio, mentre Daniele Marmi è suo marito. Così risalta la ritrosia di Cristina Parku (Elenetta) e la presenza per lei rassicurante di Ivan Zerbinati, in un cast completato dagli apprendisti di bottega e servi di scena Mauro Bernardi, Andrea Pietro Anselmi e Aron Tewelde, in uno spettacolo con i costumi di Alessio Rosati ispirati al settecento e alcuni divertenti giochi musicali con motivi classici veneziani di Filippo Conti.

Lo spettacolo, coprodotto con il Teatro Stabile del Veneto, si può vedere in tournée, nel 2026 dal 27 ottobre all’1 novembre al Teatro Nuovo di Verona, dal 5 all’8 novembre al Teatro Storchi di Modena, dal 12 al 15 novembre al Teatro Il Rossetti di Trieste, dal 17 al 29 novembre 2026 al Teatro Strehler di Milano, dal 2 al 6 dicembre al Teatro Comunale di Bolzano, dal 10 al 13 dicembre 2026 al Teatro Del Monaco di Treviso, dal 17 al 20 dicembre al Teatro Metastasio di Prato. Nel 2027 dal 13 al 17 gennaio al Teatro Ivo Chiesa di Genova, da 19 al 24 gennaio al Teatro Verdi di Padova, dal 26 al 31 gennaio al Teatro della Pergola di Firenze, dal 2 al 14 febbraio al Teatro Argentina di Roma.
Le fotografie sono di Virginia Brown.

