Antichi 2 – Orestea Mythos al Teatro Olimpico di Vicenza

Il Teatro Olimpico di Vicenza, ideato e disegnato da Palladio e Scamozzi, è una bomboniera, presagio virtuale dei teatri all’italiana che verranno, sospeso, con le sue strutture lignee, tra teatro romano e nuova scena rinascimentale di corte. Si impone con i suoi spazi architettonici meravigliosi agli spettacoli che ancora oggi vi vengono ospitati, perché un tale oggetto d’arte, come uno Stradivari, deve essere “suonato” perché non perda lo smalto. Ma suonato con discrezione, senza alterarne le caratteristiche.

Il 79esimo ciclo di spettacoli classici, affidato per un biennio al vicentino Stivalaccio Teatro, si è aperto quest’anno con la prima parte di un’Orestea con la regia di Carmelo Rifici (e la traduzione molto teatrale di Riccardo Favaro). Lo spettacolo sarà completato agli inizi del 2027 e debutterà nella sua forma integrale al Lac di Lugano. A Vicenza, davanti allo scaenae frons ad archi e alla scena fissa di Scamozzi, filmata nel Don Giovanni di Mozart portato al cinema con la regia di Joseph Losey, pochi elementi della scenografia di Daniele Spanò erano presenti. Ma tali da dare un’idea, insieme all’intensità di attori di spessore notevole e a volte stellare, del disegno della regia, quale emerge dalle note contenute nel bel libretto Oráo a cura di Roberto Cuppone e dalla discussione, avvenuta dopo la prima, di Rifici con me.

“Quello che ho tentato di fare è di ricercarne una verità̀ archeologica piuttosto che farne una rappresentazione classica. Eppure, non essendo io un archeologo, né un antropologo, non posso che provare a darne una restituzione personale, nata da una immaginazione che non ha nessuna presunzione di verità̀, caso mai di malinconica possibilità̀”. Siamo lontani da quello che potremmo ascrivere a difetto dell’Alcesti di cui ho parlato, lontani da una prevedibile rappresentazione. La violenza grida in questo allestimento, per ora provvisorio. In terra vediamo alcuni cumuli di ossa che richiamano lo sterminio di Troia operato da Agamennone e dai Greci. Agamennone arriva nella reggia su una specie di zattera, come un naufrago della guerra, accolto da una Clitemnestra che avevamo visto nuda e dorata come una ferace e terribile dea arcaica, controfigura della Grande Madre Mediterranea. E come la lepre dal falco sarà straziato nella vasca da bagno, in un’azione sacra, in un sacrificio attuato con l’ascia bipenne rituale. Ci sono bambini da vendicare: Ifigenia, lo strazio dei figli di Tieste, dati in pasto cannibalico al padre, i bambini troiani… C’è la violenza arcaica con cui fare i conti, i sacrifici umani, una religione incentrata sullo strazio dell’essere umano assimilato ad animale sacrificale (Agamennone ha elmo con corna bovine e scarpe-zoccolo). Una violenza che mai ha abbandonato, fino a Gaza e oltre, l’essere umano…

Di fronte al nitore dell’apparato di Palladio e Scamozzi, sotto le strutture classicheggianti, urge il terrore, lo scontro, il macello. Che sarà emendato solo nella seconda parte, a venire, dello spettacolo, con la vendetta di Oreste ed Elettra, il figlio e la figlia contro Clitennestra – per volere di un Apollo statua straziata, sanguinante, ridotta a maschera dorata – nel segno del padre, del patriarcato, e con lo scontro con i demoni delle Erinni, vendicatrici del sangue parentale versato, riportate, con una votazione peraltro truccata, al temperamento dei conflitti della democrazia, alla riduzione a olimpicità classica del magma della morte e dell’assassinio che urge sotto la crosta della civiltà. 

Questo si vedrà nell’atto successivo, intitolato Logos. Questo primo episodio di un dittico che adatta in due parti l’unica trilogia arrivataci più o meno integra dall’antichità greca si conclude con il primo coro delle Coefore. Con la promessa di azione di Oreste a Elettra e con uno sguardo intensissimo tra il giovane e l’amico Pilade, che contiene tutto il dolore e l’impegno di un compito enorme, tempestato dall’incombere dello spettro di Agamennone sui figli: uccidere la madre per vendicare il padre, affermando la primazia per la stirpe del seme paterno.

Nello spazio intangibile dell’Olimpico spiccava la forza degli attori, cui era sottratta ogni declinazione psicologica, a favore di una resa emozionale, di una restituzione in parole di forze arcaiche, depositate nel fondo della nostra civiltà. Clitennestra era (e sarà) Valentina Picello, all’apparenza fragile, eterea, fortissima, durissima. Agamennone era Fausto Cabra, segnato nel fisico e nella parola dall’esperienza della violenza della guerra. Lo spettacolo era aperto dalla Guardia (Stefano Iagulli) che parlava in greco antico, rievocando l’incendio di Troia. Il coro era costituito da quattro donne, intabarrate, mascherate, a indicare un’umanità spersonalizzata in comunità giudicante, che scopre caratteristiche di sesso e di età a mano a mano che l’azione avanza, con Giusi Merli che rivela una chioma di capelli bianchi a significare i vecchi di Argo. Tutte rivelano i volti quando ci avviciniamo a tempi meno lontani e misteriosi. Cassandra, avvolta in vesti lunghe, con un immenso copricapo di foggia gotica che la rende lontano essere magico, era una martellante Valeria Milillo. A Elettra dava corpo risoluto Monica Piseddu mentre tutti i dubbi si concentravano sull’efficacissimo Oreste di Alfonso De Vreese, a specchio con l’amico Pilade. Completavano il coro – con una bella partitura sonora di Federica Furlani e Zeno Gabaglio che andava dalla recitazione al canto passando per la litania e la lallazione – Francesca Osso, Roberta Ricciartdi e Anahì Traversi, con Igor Horvath come Egisto. Tutti impegnati a rendere poesia scenica, pulsante materia teatrale, le idee di regia.

Le fotografie sono di Roberto De Blasio

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