Apollo, dalla parte alta di una scena che si sviluppa su due piani, nel prologo ha una maschera dorata. Annuncia la tragedia, che partirà da una zona in basso, al centro della scena, celata da tende, un letto a baldacchino. Siamo nella reggia del re Admeto e vi si svolge il sacrificio di Alcesti, offertasi, con l’intercessione di Apollo, di morire al posto del marito, nell’opera scritta da Euripide e andata in scena nel 438 a. C. ad Atene. Questa versione la vediamo quasi 2.450 anni dopo a Verona, nel teatro romano, per l’Estate Teatrale Veronese con la direzione artistica di Fabrizio Arcuri. Il dio è in alto, lontano; nella casa del re scoppia il dolore reale, mentre si aggirano inservienti donne in abiti da lavoro color vinaccia che rappresentano il coro. Danzano, inizialmente, rappresentando azioni domestiche.
Alcesti, nella scorrevole traduzione di Elena Fabbro, ha debuttato al festival del teatro antico dell’Inda a Siracusa e viene ora riproposta in tournée. Dopo l’allestimento veronese lo spettacolo sarà alleggerito di alcune presenze del coro per affrontare le stagioni teatrali. La tragedia si basa su uno scambio: Apollo ottiene da Thanatos, la Morte, di prendere tra le sue braccia rapaci Alcesti al posto di Admeto (la donna vale meno dell’uomo?). Lei, Alcesti, è l’unica che per amore (il sacrificio femminile) ha accettato di sostituire il marito nel viaggio dentro il freddo dell’estinzione: neppure padre e madre hanno avuto quel coraggio.
Strana tragedia, questa. Non tanto per il lieto fine (altre se ne segnalano tra le poche che ci sono arrivate dall’antichità), quanto per certi toni da commedia, così da risultare un ibrido parecchio interessante, con l’irrompere della risata nella tragedia. Arriva Ercole, che desidera solo fare bisboccia godendo dell’ospitalità di Admeto, proprio mentre si celebra il funerale della regina. Admeto, ligio ai doveri di ospitalità, non spiega chi venga pianto e Eracle (personaggio spesso comico o grottesco nel teatro antico) si ubriaca; ma poi, capito che il compianto è per Alcesti, decide di scendere nel regno dei morti e di contendere la donna a Thanatos. Ci riesce: torna con una figura velata, muta, facendo intendere, senza ammissioni esplicite, che si tratta della regina.

Nell’allestimento con la regia di Filippo Dini, direttore dello Stabile del Veneto che coproduce lo spettacolo con l’Inda e interpreta anche il padre del re, che non ha accettato di morire al posto del figlio, tutti gli elementi dissonanti di questa opera risultano evidenti. Lo spettacolo, con la scena a due piani di Gregorio Zurla, glissa sulla lontananza della tragedia da noi tendendo verso una messinscena da teatro borghese; indulge sulle parti comiche finali pur senza dimenticare il dramma e spinge decisamente sul lieto fine non mantenendo la donna riportata alla luce velata, svelandola come la regina. La presenza del coro è risolta con balletti datati e con una dizione che svaria dalla litania al canto alla recitazione magari all’unisono come nel Novecento storico, toccando, nel finale, toni da “Notte della Taranta”. Insomma, il coro appare carico di stereotipi e, d’altra parte, è un personaggio assolutamente misterioso e inattuale.
La tragedia, accompagnata dalle musiche non invasive di Paolo Fresu, scoppia quando, introdotta dall’ancella (Sandra Toffolatti), appare in scena Alcesti, interpretata da Deniz Ozdogan, cantante e vocalista oltre che attrice: trascina lo spettatore nel dolore della donna (peraltro naturalisticamente, un po’ comicamente, sospesa a una flebo prima e a una bombola d’ossigeno dopo). Il suo è uno strazio totale di fronte al niente della morte, pure accettato come sacrificio d’amore, e all’abbandono dei figli, una lacerazione resa con lamentazioni vocali, parole, melismi strazianti con una presenza che si incide nell’anima dello spettatore. Aldo Ottobrino (Admeto) incarna un dolore più convenzionale, reso con toni concitati. Convulsa è la risposta alle accuse del re del padre interpretato da Filippo Dini, messo di fronte alla propria ipocrisia, in una gara col figlio a chi è stato più egoista, lasciando la bara alla donna e dimostrando cosa vuol dire potere patriarcale. Eracle (Denis Fasolo, che interpreta anche Apollo), si diceva, incarna il lato comico della tragedia, con entrate dal fondo sala, con un’ingenuità smaccata e toni facili da spettacolo leggero.
Protagonista discreta è Thanatos, Morte (Luigi Bignone), conciato come un grigio burocrate con impermeabile e occhialini: scatena tutti gli avvenimenti, portando a rivelazione i caratteri profondi dei personaggi, in uno spettacolo apprezzatissimo dal pubblico ma troppo eclettico, come smarrito di fronte alla lontananza della tragedia e affidato, con diversi toni, alla caratura interpretativa o agli stereotipi degli attori.

Continua domani con un articolo su Orestea Mythos con la regia di Carmelo Rifici dal Teatro Olimpico di Vicenza

