Sembra sospendere il tempo L’avvenire di Silvia Rampelli. La fondatrice della compagnia Habillé d’eau ci precipita in uno stato crepuscolare simile a quello del sogno, dove i diversi pezzi si incastrano uno nell’altro senza connessione, niente causalità, niente generazione del presente da un passato, niente prospettiva futura. Lascia inizialmente libertà di muoversi al pubblico tra tre donne sistemate su piedistalli, statue viventi che guardano in direzioni diverse. Sono nude, essenziali, immobili. Poi gli spettatori vengono fatti accomodare su cuscini, panche, sedie, e si restaura una visione frontale. Da quel museo notturno spunta un inserviente che pulisce. Le donne ricompaiono, dal buio, danzano con movimenti asciutti o baroccheggianti, si muovono, si dimenano, si donano, spesso a livello di suolo, a qualche dio dell’oscurità, del Profondo più denso o dell’Apparenza più effimera. Si bloccano su panche. Guardano. Aspettano. Il movimento, anche convulso, si alterna ai silenzi, alla stasi che sembra interrogare il buio intorno, il vuoto, mentale, che si crea con l’assenza di azione. Le luci di Gianni Staropoli creano un effetto di crepuscolo continuo, che allude a uno stato liminale dell’anima, e insinua a quella sfida tra la pausa e la concitata azione, tra la riflessione, la visione e l’atto, tra l’immagine e il suo sfrangiarsi.
Visto per il festival Danza Urbana a Bologna nell’ex chiesa di San Mattia, con i suoni di Tiago Felicetti che amplificano l’azione, trasformando, per esempio, un passare di straccio in suono di aspirapolvere, che provocano i movimenti, la danza e la pausa, cadendo in un silenzio instabile, che di nuovo fomenta la giostra del dimenarsi verso qualcosa che presto si spegne in un’entropia pronta a trasformarsi in ipotesi onirica di moto perpetuo. Danzano Alessandra Cristiani, Eleonora Chiocchini, Valerio Sirna, Stefania Tansini.

La concettualità di un lavoro che vuole indagare “lo statuto stesso del fatto scenico, la sua natura di accadimento”, come scrive l’autrice nelle note di sala, si trasforma in “una riflessione sulla possibilità della presenza di venire a manifestazione, generando scarto tra ciò che appare e un oltre che dell’apparenza è lo sconfinamento e il dubbio”. Impastandosi con la natura fragile, possente, sensuale e aerea dei corpi reali delle performer e del performer resi, in molti momenti, geroglifici di una presenza che si fa assenza, di un’assenza che preme verso una sempre instabile presenza.
Le fotografie sono di Gino Rosa, courtesy festival Danza Urbana.

