Un tavolo con alcune sedie. Un ampio ambiente. Scaffali con prodotti di pulizia. Una porta in metallo sul fondo e una parete ‘igienica’ di mattonelle bianche. Prendre soin, con la regia dell’inglese Alexander Zeldin, drammaturgo e regista per cinema e teatro, con un apprendistato con Peter Brook, ha debuttato in Italia al Metastasio di Prato, prodotto da quel teatro e da molti enti francesi, guidati dal Teatro di Strasburgo. Mette in scena lavoratori notturni precari, assunti da un’agenzia interinale per quattordici giorni. Devono lavorare dalla 22 alle 2 di notte, con una pausa di venti minuti per prendere un tè o un caffè, da pagare, il cui costo aumenta nel breve periodo di impiego. Il loro compito è pulire una macelleria industriale.
Assistiamo alla parabola del gruppo di lavoratori, tre donne, un uomo e un capo, più uno che appare solo all’inizio ma non viene assunto perché non ha i documenti in regola. Distanti, con vite differenti, delle quali cogliamo solo pallide eco, ognuno chiuso in un proprio mondo, un proprio modo di cercare di sbarcare il lunario. C’è una ragazza nera con un’artrite reumatica, che spesso si blocca (Esther). Un donna piccola, molto attiva, che a un certo punto abbiamo l’impressione che non sappia dove passare il resto della notte (Susanne). C’è l’alta Louise, che spesso si scontra con altri, col capo, Nassim, impositivo, efficentista. E c’è Philippe, che a volte si chiude in bagno e sembra non volerne più uscire, e nelle pause legge un libro. Il problema è lavorare abbastanza da avere la disoccupazione pagata. Vite precarie e in bilico: chi non è abbastanza veloce (Esther, per esempio) rischia di essere allontanata.

Iperrealismo, che però vira di frequente nel simbolismo. Gli stacchi tra una scena e l’altra, tra un trascinarsi quotidiano del lavoro precario e l’altro, non è un semplice buio. Spesso è annunciato da un lampeggiare dei freddi neon che illuminano la scena ed è un precipitare nel buio, con uno stridore, un fragore che sembra ingioiare quelle vite.
Il titolo in italiano suonerebbe Occuparsi. L’originale inglese, del 2010, primo pezzo di una trilogia sui rapporti precari, era Beyond Caring, che vuol dire qualcosa del genere. In italiano “occuparsi” sta anche per trovare un’occupazione, un lavoro. E quella sembra l’esigenza primaria di queste figure dalle esistenze pencolanti, incerte, che fanno parte del largo plotone degli emarginati delle nostre società. Sempre altrove, come Louise al telefono con una figlia lontana, separata dalla madre, non sappiamo perché; in cerca di una complicità come Esther e Philippe, o di un attimo di affetto, come Louise con Philippe, che si risolve in violenza o impotenza, alle prese con problemi fisici o stanchezze che rendono lenti e perciò inadeguati, pronti a fuggire su cavalli dell’immaginazione, almeno per pochi minuti di requie dal lavoro ripetitivo e sfiancante, dalla vita. L’estremo realismo alla Ken Loach (nome che è stato accostato a quello di Zeldin) si trasforma in tempesta metafisica, di buio e rumore. Ma le vite, immaginiamo oltre la chiusura dello spettacolo, di questa storia, si trascinerebbero uguali, senza picchi, con piccoli sfoghi, rabbie, delusioni, in un altro lavoro precario, in un altro lento avvelenamento dell’esistenza.
Lo spettacolo, come quelle storie, gioca in sottrazione, accendendo di tanto in tanto fuochi e poi spegnendoli. Per un’ora e venti ci cattura, pure senza accensioni drammatiche clamorose, trascinandoci in un bordone di dolore quotidiano, ponendoci di fronte al dolore degli altri come voyeur comodi nelle nostre poltrone, eccitati da quei bui frastornanti che potrebbero aprire squarci perfino nella nostra placida distante indifferenza.
Si replica a Prato fino a domenica 26; poi a Parma, a Teatro Due, il 30 e il 31 ottobre. Il 1° novembre Zeldin parteciperà, sempre a Teatro Due, alla conclusione delle Giornate d’autore del progetto Gradus: https://reggioparmafestival.it/giornate-dautore/.
Le fotografie sono di Jean-Louis Fernandez.


