Una sedia vuota. Entra a passettini, sostenuto da Pepe Robledo, appoggiandosi a un bastone, Pippo Delbono. Stanco, invecchiato. Forse ferito, da una malattia, dalla vita che passa. Il risveglio si chiama lo spettacolo (ma potrebbe chiamarsi Risveglio, confessa l’artefice). Una sedia vuota. Il Vuoto. Una vita che si svuota, lentamente, che scivola verso la lentezza, l’impotenza, quando prima era danza, era urlo, era ricerca rabbiosa e dolce.
Cosa c’entra il risveglio con quella debolezza, con quell’incedere claudicante, con quell’esposizione quasi pornografica, sul palcoscenico. Non è resurrezione. E neppure rinascita. Ha a che fare con il risveglio buddhista (sappiamo che Delbono è un praticante di quella fede). Con l’illuminazione, che coglie inaspettata quanto più cercata, preparata. Che chiede di fare i conti con l’impermanenza, con il trascorrere e svanire delle cose della vita, e rende chiaro, nello stesso tempo, la strada percorsa. Racconta, Delbono, frammenti di storie che altre volte ha ricordato, il viaggio in moto con Vittorio, l’amato di gioventù, l’iscrizione non troppo convinta all’università, i concerti, la musica amata, gli Jefferson Airplane, gli Who… Ci sposta negli anni settata di scontri, prese di coscienza e di posizione, di ricerca di modi alternativi di vita. Si aprla di guerra e l’impressione è che sia sempre quella del Vietnam.
Cosa resta? Forse lo strazio della sedia vuota, dei ricordi non riordinati, cumuli di terra con croci sopra, resti di vite, di guerre che hanno tranciato esistenze.

Resta la danza, appena accennata da lui su quella sedia dove si è impiantato, rievocata dai suoi compagni di viaggio, la compagnia sempre colorata fatta di corpi e esperienze fuori norma, ballerine e barboni, figure oversize, attori, magrissimi drop-out. Stare fuori, voler rimanere in un universo la cui chiave è la danza, quella appresa da Pina Bausch, un far ballare, con gioia o con lentezza, con dolore, corpi diversi da quelli normati, accettabili, televisivi, accettati. Esplorarne desideri, rifiuti, malie, stanchezze.
Anche questo è teatro di poesia: non è più la sua poesia urlata nel microfono, montando frasi, brani spezzati di poeti: è fatta di frammenti di gesti, di girotondi intorno a uno degli attori, di piccoli movimenti di Pippo sulla sua sedia prigione. Èpoesia del corpo, prima che della parola. La lingua serve per rievocare, per procurare, con le membra in micromovimenti, qualche forma di risveglio degli incontri avuti, di un passato che può tornare solo nell’immaginare, nell’immagine. Ed ecco apparire in video Bobò, l’omino sordomuto che aveva vissuto 46 anni in manicomio, adottato da Pippo, capace di dialogare con suoni inarticolati, con i grandi dello spettacolo, Pina Bausch prima di tutti, di esprimere, con quella sua lingua differente, la rabbia, l’amore, la dolcezza, la curiosità.

Il risveglio è uno spettacolo slabbrato, residuale forse, ma verissimo. Il palcoscenico diventa, come in Barboni, come in altre opere, luogo di svelamento di esistenze, di squarciamento. Le croci sui cumuli di terra Delbono le abbatte, dopo essersi alzato, lentissimo, a passettini, da quella sedia, dove aveva riaperto il teatro della memoria, accompagnato dal violoncello dolce e malinconico di Giovanni Ricciardi. Intorno, commoventi, Dolly Albertin, Margherita Clemente, Ilaria Distante, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, il fedelissimo Pepe Robledo, Grazia Spinella: un piccolo mondo umano, con le luci di Orlando Bolognesi, i costumi di Elena Giampaoli, il suono di Pietro Tirella.
È uno spettacolo imbarazzante nella sua esibizione pornografica dello strazio dello scivolare nella vecchiaia, senza mediazioni. Sbagliando a volte i tempi. Rallentando sempre. È uno spettacolo vero. Bellissimo.
Visto all’Arena del Sole di Bologna – produttore esecutivo Emilia Romagna teatro Ert / Teatro Nazionale, con numerosi comproduttori.
Fotografie di Luca del Pia


