Un luogo sicuro. Una nave che gira il Mediterraneo per salvare barconi in difficoltà, per sottrarre persone, adulti, donne, bambini, alle insidie delle acque. A place of safety è il diario teatrale, a cura di Kepler-452, di un viaggio nel Mediterraneo centrale sulla Sea Watch 5, una delle criminalizzate navi di un’organizzazione non governativa. La compagnia bolognese porta sempre in scena protagonisti di momenti della vita reale. Qui sono Flavio Catalano, Giorgia Linardi, Floriana Pati, José Ricardo Peña, Nuno Pinheiro, con vari ruoli facenti parte dell’equipaggio della nave della Ong, in scena con Nicola Borghesi, ideatore dello spettacolo con Enrico Baraldi in una produzione di Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Metastasio di Prato, CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Théâtre des 13 vents CDN Montpellier (Francia), in collaborazione con Sea-Watch e EMERGENCY.
Una parte dell’equipaggio segue Kepler-452 in tournée, raccontando le motivazioni che hanno portato persone differenti, per età, sesso, lavoro, esperienze, a imbarcarsi, a dedicarsi a cercare di salvare vite, con la sempre maggiore ostilità di stati che considerano la loro azione alla pari di quella degli scafisti, dei “trafficanti di uomini”, stati che agiscono per proteggere i meschini sogni di sicurezza di cittadini in preda alla paura dell’invasione degli stranieri, dei poveri.

Lo spettacolo potremmo definirlo di intelligente teatro documentario: narra la vita sulla nave, la ricerca di carrette del mare, gli avvistamenti, i salvataggi, spesso difficili, che pongono il terribile quesito su chi salvare per primo, di chi lasciare perire certamente e spesso macchiano, come in uno dei più emozionati ed emozionanti racconti, i guanti dei soccorritori della pelle viva di chi è stato soccorso e non ce l’ha fatta. Nicola Borghesi, in particolare, riflette anche sul sentimento che muove ai salvataggi: è forse il complesso di colpa dell’Occidente, una forma di paternalismo di equipaggi formati tutti da persone bianche? E discute il mito dell’Europa, per chi vuole arrivarci, distante, indifferente in realtà.
L’emozione si accende forte, in molti momenti, negli sprazzi di confessione dei singoli, nella concitazione dell’azione, nella festa finale che gli scampati danzano arrivati in vista del porto sicuro. Ma cosa resta quando scendono, spesso dopo giorni e giorni di navigazione verso i porti assegnati dal ministro Piantedosi, sempre più crudelmente lontani? Un vuoto; nell’equipaggio si diffonde, sottile, la sensazione di vuotare il mare con un secchiello. Ma insieme sorge la consapevolezza del bisogno di agire dove altri sono diffidenti o ostacolano un’azione necessaria. E forse l’idea che su quella nave, con l’equipaggio e con i salvati, si stia creando un germe di umanità futura.

Lo spettacolo, in una scenografia elementare e varie proiezioni, scorre testimoniando un impegno civile, senza arrivare, in realtà, a illuminare – come avrebbe forse voluto Brecht – i meccanismi che stanno alla base della tragedia dell’abbandono al loro destino dei “disperati” che cercano di raggiungere le terre promesse del benessere o semplicemente di fuggire dai propri inferni. L’elemento di autoriflessione introdotto da Borghesi dissemina dubbi, domande affilate come coltelli, ma non giunge a chiudere cerchi, ad aprire quesiti ancora più radicali, in uno spettacolo che all’inizio intreccia dati, informazioni, elenca scelte di vita, anche con qualche lentezza e fatica, e alla fine pigia sul pedale emotivo, rimanendo in una coinvolgente, troppo facile, superficie. Eppure questo lavoro, come quasi tutti quelli di Kepler-452 ha il merito di un’adesione totale all’oggetto scelto, una capacità di indagine e di empatia che, proprio per la sua originalità, si vorrebbe più profondo.
Le fotografie sono di Luca Del Pia.


