Doveracomera. Venezia è un rogo

Fino al 18 luglio un bell’esempio di teatro documentario appassionato, non piattamente didattico, si può vedere al teatro Le Maddalene di Padova, passato da qualche anno tra gli spazi del Teatro Stabile del Veneto. Comeradovera è il titolo, e racconta il rogo del Gran Teatro la Fenice, nel gennaio del 1996, quell’incendio che squarciò la notte veneziana e lasciò desolazione perché colpiva un simbolo della città, quasi una metafora della irrimediabile trasformazione dell’antica regina dell’Adriatico. L’autore del testo, estremamente composito, che non consente neppure per un secondo di annoiarsi o distarsi, è Stefano Fortin, già distintosi per alcune apparizioni alla Biennale Teatro. La regia è di Giorgio Sangati, classe 1981, formatosi alla scuola del Piccolo Teatro di Milano con Luca Ronconi e poi ai corsi estivi del Centro Santacristina, diretti in Umbria da Ronconi e Roberta Carlotto. Gli interpreti sono giovani diplomati della suola di recitazione dello Stabile intitolata (naturalmente) a Carlo Goldoni. Presenze entusiaste, energiche, capaci di ritmici interventi in successione, a delineare un coro dal quale si stagliano gli individui, con procedimenti di straniamento, che chiamano in causa in terza persona l’attore che sta parlando.

Spettacolo composito, dicevo. Inizia con una voce fuori campo, proveniente da un amplificatore a vista, intervista a una musicista della Fenice, figlia di musicisti della Fenice che, tra squarci di memoria, racconta la desolazione susseguita all’incendio, e i vari progetti, contrastanti, di ricostruzione. Tra i quali alla fine vince il “doveracomera” che dà titolo allo spettacolo, rifiutando altre ipotesi più innovative.

Presto entrano gli attori, che narrano i fatti, l’indebitamento dell’impresa il cui titolare è stato riconosciuto colpevole dell’incendio, le reazioni della città, il tutto frammischiato a brani dell’Amleto, a indicare con un’icona del teatro i dubbi che si scatenano nei criminali, con proiezioni e con momenti lirici che riflettono sulla posizione del teatro nella città, e su come Venezia stia andando alla deriva, riducendosi a Disneyland turistica.

Magnifica la prova entusiastica dei giovani interpreti e il ritmo di entrate, uscite, intervalli incalzanti impresso da Sangati, tra luci sagomate che tracciano figurazioni ambientali astratte e precipizi nell’oscurità, in una vicenda delittuosa, in un’interrogazione ai simboli urbani e alla loro perdita, che si estende al crollo del campanile di San Marco. Ricostruito anch’esso, appunto, “comeradovera”. 

Le fotografie sono di Serena Pea

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