A cura delle studentesse del Laboratorio di critica teatrale dell’Università di Bari
Ospito nel blog un testo frutto di un incontro con Federica Rosellini all’interno del Laboratorio che tengo da alcuni anni presso Uniba. Lo scritto è stato redatto dalle ragazze dividendosi l’adattamento della registrazione e affidando a Chiara Laghezza la redazione finale. I nomi delle autrici li leggete tutti in fondo al resoconto.
Il percorso biografico e artistico di Federica Rosellini (Treviso, 1989) — oggi attrice, regista, drammaturga, si distingue nel panorama teatrale contemporaneo per una straordinaria e colta ricerca, in cui la sacralità della parola si fonde con una fisicità scenica acrobatica. Questa sua identità teatrale affonda le radici in un’adolescenza vissuta con passione a Treviso, periodo che lei stessa descrive come un’autentica immersione, in cui frequentava corsi e recitava con diverse compagnie, un’adolescenza “totalmente venduta al teatro”. Questa fase vissuta nel mondo dei filodrammatici e degli amatori non è mai stata considerata da Rosellini come un’esperienza di serie B; al contrario, difende con forza lo straordinario valore di molti interpreti amatoriali, sottolineando come la distinzione rispetto ai professionisti sia dettata spesso da necessità economiche o scelte di vita, e non da una reale differenza di qualità artistica. Per lei il teatro amatoriale è stato la palestra fondamentale per preservare un legame concreto, immediato e pratico con la platea.
Federica mostrava una spiccata brillantezza negli studi superiori al liceo classico, dove eccelleva in latino e greco, tanto da girare mezza Europa partecipando ai certamina (le storiche competizioni scolastiche di traduzione in italiano). La svolta decisiva verso il professionismo artistico avviene a 18 anni, dopo il diploma, quando tenta la durissima selezione per entrare alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano, un’istituzione d’eccellenza interamente gratuita organizzata su cicli triennali che quell’anno vedeva oltre 1300 candidati per soli trenta posti disponibili. Aveva tentato anche alla scuola per attori Paolo Grassi e a quella del Teatro Stabile di Genova, ma non era stata presa.
La scuola del Piccolo, fondata da Giorgio Strehler, in quel momento storico era diretta da Luca Ronconi. All’interno di un corpo docenti, composto da storici capostipiti del laboratorio teatrale, la figura chiave che ha ridefinito la sua formazione umana e artistica è stata la straordinaria Franca Nuti; è stata per Federica Rosellini un modello assoluto e un punto di riferimento da cui assimilare il segreto profondo della “parola scenica”, ossia una scioltezza e un’eleganza culturali cristalline nel porgere il testo, a cui si univano un fascino androgino e una rara capacità di ascolto. Un’altra importante docente della scuola, Claudia Giannotti, le ripeteva come un mantra che nel mestiere dell’attore “bisogna avere i nervi”, intendendo con ciò quella solidità emotiva, vigilanza e affidabilità necessarie a non farsi travolgere dalle enormi difficoltà della carriera.

Proprio sotto l’ala di Luca Ronconi avviene il debutto professionale di Federica nello spettacolo I beati anni del castigo, un battesimo da cui l’attrice assimilerà un approccio analitico e quasi sacro verso il testo, basato sull’idea che nessuna parola sia scontata e che la struttura verbale sveli l’architettura intima del pensiero del personaggio. Nel percorso artistico di Rosellini, Ronconi ha avuto un ruolo fondamentale, il loro rapporto era quello di allieva-maestro, o “padre artistico”, come lo definisce lei stessa. L’altro grande maestro che ne segnerà il percorso è Antonio Latella, con cui condivide l’esperienza monumentale di Santa Estasi (un progetto epico di 20 ore consecutive sul mito degli Atridi in cui interpretava Ifigenia), da cui apprende il lavoro sul corpo performativo, sull’uso drammaturgico della stanchezza fisica e sulla gestione dei tempi lunghi e dilatati sulla scena. Questa sintesi tra la precisione intellettuale della parola e la visceralità del corpo la porterà negli anni a vincere prestigiosi riconoscimenti, tra cui il Premio Ubu come miglior attrice under 35 per il suo acclamato Hamlet, estendendo poi il suo raggio d’azione alla scrittura, all’illustrazione e alla regia di opere multimediali complesse, fino ad assumere, al fianco di Isabella Lagattolla, la condirezione artistica del Festival delle Colline Torinesi.

La parola attraverso il corpo – Federica Rosellini concepisce il corpo come il centro assoluto della scena, senza separare mente, emozione e fisicità: tutto confluisce in un’unica esperienza, sempre viva. Per lei costruire la psicologia di un personaggio vuol dire essere attraversata da ciò che accade nel presente, in ascolto costante con altri attori, con lo spazio scenico e il pubblico. La sua presenza scenica è profondamente fisica e trasformativa. Il corpo diventa materia viva, sottoposto a fatica, resistenza, metamorfosi, spesso in relazione diretta con elementi concreti come terra, acqua, argilla o strutture sceniche. In questo modo il corpo non solo rappresenta, ma produce senso, voce e relazione.
Il suo teatro assume spesso una dimensione performativa e rituale dove convergono recitazione, movimento, musica elettronica e uso della voce dal vivo. La voce stessa nasce dal corpo, dal sudore, dalla fatica e dalla materia, più che dalla sola tecnica o dal logos. Questa modalità del “dire attraverso il fare”, rara nel panorama teatrale italiano, richiama la lezione di Antonin Artaud: la parola prende forma nell’azione fisica, trasformando il corpo in uno spazio attraversato da memorie, identità e immagini in continua metamorfosi.
Gli spettacoli di regia – Teatro come dialogo: i suoi spettacoli, anche con una sola presenza in scena, non nascono mai da una dimensione solitaria: l’attrice dialoga continuamente con il suono, con gli oggetti scenici, con il proprio corpo e con l’ambiente che la circonda. Questo aspetto emerge chiaramente in Ivan e i cani (2024), tratto da un testo della drammaturga inglese Hattie Naylor e ispirato alla storia vera di un bambino russo, cresciuto da un branco di cani randagi dopo essere stato abbandonato dalla famiglia negli anni Novanta. Si tratta di una performance narrativa e musicale: mentre recita, compone dal vivo una trama sonora attraverso strumenti elettronici, loop station e campionamenti vocali. Fra questi assume un ruolo centrale la voce della madre dell’attrice, registrata in russo, inserita nello spettacolo come presenza costante e quasi spettrale. La scelta non è casuale: il tema della maternità attraversa infatti tutto il lavoro, che mette in relazione la madre biologica, la figura ideale della madre sognata dal protagonista e la “madre animale” che accoglie il bambino.

Altro spettacolo da citare è iGirl (2025), tratto dall’opera della drammaturga irlandese Marina Carr, un viaggio visionario e quasi sciamanico che attraversa epoche diverse, dalla preistoria fino a un futuro indefinito e apocalittico. Il testo dà voce a tutti quei “corpi esclusi”, che la storia ufficiale tende a cancellare: corpi femminili, marginali, deformi, dimenticati. Il percorso si compone di ventuno capitoli, associati ai ventuno arcani maggiori dei tarocchi. Il corpo dell’interprete diventa così quello del “Matto”, figura nomade che attraversa il viaggio della conoscenza.
Qui, il lavoro dal punto di vista del corpo è centrale: Rosellini racconta di essersi rasata i capelli e di aver ricoperto il proprio corpo di tatuaggi temporanei, creati appositamente per lo spettacolo; questi non sono semplici decorazioni, ma disegni simbolici legati ai temi del testo, alla memoria e alla dimensione rituale della performance. Il tatuaggio come “arte parietale del nomade”: studiando la preistoria, Rosellini scopre che il tatuaggio nasce nello stesso momento storico delle pitture rupestri nelle caverne, mentre il tatuaggio permetteva ai nomadi di portare con sé direttamente sul corpo le proprie immagini e la propria memoria. IGirl si sviluppa su una lunga passerella che attraversa il pubblico, trasformando lo spettacolo in una sorta di road movie teatrale. L’attrice è accompagnata in scena da una gallina meccanica, “Louise”, presenza insolita e carica di significati simbolici, collegata alla preistoria e alla transumanza, ricorda come la gallina possa essere considerata una sorta di ultimo dinosauro sopravvissuto; essa è compagna di viaggio sospesa tra passato e presente e anche uno specchio dell’essere umano: una creatura senza memoria, incapace di imparare davvero dalla storia. Rosellini sottolinea che pur possedendo fisicamente gli apparati necessari al pianto, è un animale che non piange mai: un’immagine che per lei richiama le figure femminili dello spettacolo, costrette a sopportare il dolore senza poterlo esprimere apertamente.
Vi è poi Carne blu, una “fiaba nera” che narra il viaggio onirico e metaforico di Orlando, un bambino nato sulla Luna con un piccolo pesce d’oro, Sunny, al posto del cuore. Il testo esplora metamorfosi, identità fluide e la ricerca di ciò che è andato perduto. Nata nel 2020 durante il lockdown, l’opera, che attraversa generi e specie diverse, si ispira all’Orlando di Virginia Woolf e all’Orlando Furioso di Ariosto, e riflette sul corpo fantasmatico, la chiusura e la ricerca di concretezza (la “carne blu” è una metafora della carne che cerca forma). Si tratta di un racconto, illustrato dalla stessa autrice, successivamente diventato uno spettacolo teatrale.
Chi era Luca Ronconi? Luca Ronconi (Tunisia, 1933 – Milano, 2015) è stato uno dei più grandi registi teatrali italiani del Novecento. Formatosi all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, passò alla regia diventando un innovatore assoluto: rivoluzionò il modo di mettere in scena i classici con allestimenti epici, corali e spaziali (celebre il suo Orlando Furioso del 1969, nella versione di Edoardo Sanguineti, uno spettacolo rivoluzionario, portato anche a New York).
È stato direttore artistico di importanti teatri (a Torino, Roma e Milano), ha firmato oltre 120 spettacoli, lavorando anche nell’opera lirica. Esigente, intellettuale, spietato nella lettura dei testi ma capace di grande libertà creativa, è ricordato come un maestro che ha profondamente influenzato generazioni di attori e registi.
Ronconi era un artista a tutto tondo: la cosa più nota è il suo uso del linguaggio e le sue sperimentazioni con esso e il modo in cui “accudiva” una frase; ogni dettaglio poteva aprire un mondo di significati, e le parole, a seconda di come venivano pronunciate, potevano avere sfumature psicologiche e di senso. Lui era capace di leggere i testi e analizzarli, in quanto era uno studioso appassionato e cercava di rispettarli profondamente; egli era dell’idea che, pronunciando una frase, questa dovesse essere collegata a diversi input, a seconda del bit di pensiero, tramite le appoggiature. Un bit di pensiero, spiega Rosellini, è una sorta di cambiamento, come quando si pensa di dover dire qualcosa fino a un certo punto e poi in mente subentra un altro pensiero, e quella parola cambia totalmente il senso e le intenzioni del personaggio. Da lui, Rosellini ha appreso la lettura spietata e profonda dei testi e la capacità di tradirli/capovolgerli, senza cambiarne il significato. L’idea che “noi siamo le infinite cose che potremmo essere”, frase che lei cita spesso e applica al lavoro sui personaggi. Un approccio vitale al teatro come luogo di conoscenza e di relazione vera. Ronconi è stato quindi mentore esigente e illuminante, che le ha fornito tecnica e indipendenza.

La condirezione del festival, al fianco di Isabella Lagattolla – Il Festival delle Colline Torinesi è una rassegna internazionale di teatro contemporaneo e arti performative, organizzata con TPE – Teatro Piemonte Europa. Solitamente si svolge in autunno a Torino, offrendo prime, produzioni e spettacoli in vari luoghi della città. Il Teatro Astra è la sede principale con eventi ospitati anche in altri luoghi, come la Fondazione Merz e il Palazzo degli Istituti Anatomici. Il Festival delle Colline Torinesi nacque nel 1996 su iniziativa di Sergio Ariotti, Isabella Lagattolla e dell’Associazione omonima, per proporre prove d’attore in estate e valorizzare con esse castelli, chiese e paesi della collina attorno a Torino, sulla sponda destra del Po. L’evoluzione artistica del Festival lo ha portato negli ultimi anni a qualificarsi come una riconosciuta vetrina europea della creazione contemporanea, di un teatro più sperimentale e innovativo. È un festival con una vocazione verso la ricerca ed è internazionale, “che è una delle cose più divertenti di questo lavoro, tuttavia spesso impegnativo”, afferma Rosellini, “in quanto bisogna tener conto di ciò che sta accadendo nella scena teatrale mondiale”. Viene definita un’opportunità unica, “perché la condirezione artistica di un festival è una regia iperestesa”.
Redazione: Chiara Laghezza
Informazioni, ricerche sull’attrice e trascrizione dell’incontro: Silvia Barone, Angela Lippolis, Angela Angela, Margherita Terrusi, Luana Sparano, Arianna Joos, Rosa Molinari.

