Buio. Scena buia, con alcuni oggetti, cavi o pieni, tondeggianti, piattaforme, culle, buchi neri. Il testo di una voce di dizionario via via cancellata, come la lingua che facciamo svanire ogni giorno, pronunciandola. Sul fondo scuro scorrono disegni, ripetitivi, figure. Specchi nell’oscurità. Nero come la parte più intima di noi tutti, la coscienza, la memoria, il luogo dove si sogna la luce della vita, dove ci si abbandona alle cose e alle persone morte, dove il rimpianto segretamente si mescola alla necessità e al timore dell’azione. Parole che evocano il pianto, la paura, l’immobilità della vita o il correre veloci. Culla. Pedana.
Le due figure umane per una buona parte dello spettacolo sono poco distinguibili, poco differenziabili l’una dall’altra. Saranno la stessa persona? Sappiamo che sono due attori, Lino Guanciale e Gianmarco Saurino, ma distinguerli in quel buio non è facile, per quanto mediaticamente esposto sua Guanciale. Sono una stessa figura, in un flusso di coscienza, di maree di ricordi, di sogni di avventure e di mancanze, due età diverse di una stessa persona, l’altro noi stesso che siamo stati. Richiamano Capitan Achab, Pinocchio, la Balena, Peter Pan, Capitan Uncino e l’Isola che non c’è, l’albatro dalla grande apertura alare che quando cammina sulla tolda della nave è ridicolo e viene sbeffeggiato dai marinai. Ma soprattutto evocano la Linea d’ombra, quella in cui la nave di Conrad si blocca per la bonaccia, come la gioventù dello scrittore, che non riesce ad andare né avanti né indietro.

È labirintico il testo di Flusso, firmato da Christian Di Furia, portato in scena (fino al 18 aprile) al Teatro Kismet di Bari con la regia di Guanciale, video animazioni di Iole Cilento e Cristina Zanoboni, scenografia di Iole Cilento, testo vincitore della menzione speciale “Franco Quadri” ( e di un sostegno alla produzione) al 56° Premio Riccione per il Teatro. Se volessimo classificarlo dovremmo collocarlo tra le scritture post-drammatiche, senza una storia vera e propria se non interiore, decostruita, fatta di sprazzi, di salti temporali, di rispecchiamenti. È un percorso nella psiche oscura, verso l’infanzia, di un uomo adulto che si rivede, si rispecchia, prova a prendere consistenza da quel coacervo di sensazioni, desideri, pulsioni che non ha mai risolto, tornando nel buio della vita infantile, forse della pancia materna, ma anche nella proiezione delle fantastiche luci delle avventure sognate, che forse si sono dissolte nel buio o perse in qualche irreale costume di avventuriero settecentesco.

Unità allo spettacolo la danno l’intensità dei due attori, apparentemente simili nell’oscurità della scena, capaci di sfumature personali. Saurino è una bella scoperta in teatro (non l’avevo mai visto). Guanciale dimostra una volta di più di non essere solo un (intenso) volto televisivo: di essere attore completo, capace di spaziare dalla favola di Miracolo a Milano a questo lavoro a suo modo più complesso, ermetico in certi momenti, donando luce, profonda, interiore, a tutto quello che fa. Se aggiungiamo un incontro all’università di Bari, in cui ha raccontato la sua vocazione teatrale, spiegato perché il teatro fa bene e risposto a tante domande degli studenti; se includiamo il suo impegno in varie associazioni, come “Una nessuna e centomila”, fondazione per la prevenzione e il contrasto alla violenza alle donne; se ricordiamo il suo spendersi continuo in lavori di dichiarato, non superficiale impegno politico e la sua disponibilità a incontrare giovani, sia nelle scuole, sia semplicemente nei “riti” dei selfie post spettacolo, avremo il ritratto di una figura di attore totale che persegue la possibilità di rinnovamento a tutto campo, nell’oggi, della vecchia arte teatrale.

Foto e video di Peperonitto Film (Schettino, Moretta, Kishta)

