E basta de chiamacce Zingari che è un nome che non esiste. Balucani-Latella: Bùbaro dei Bùbari

Bùbaro dei Bùbari è il babau. Un mostro, un’ombra indefinita che fa paura.

Un attore e un’attrice. Due fratelli. Due “zingari”. Una scena spoglia con due scritte di neon: sullo sfondo “sto cazzo di terra”; sul davanti “mare”. Una pianta verde. Un telefono rosso, pendente da un grande rocchetto che contiene un lunghissimo cavo. Vivono abusivamente in un locale con il vetro rotto e una pozzanghera d’acqua in terra, formatasi forse da qualche tubo che perde. Lei è andata a chiedere la carità fingendo la gamba offesa. Come lui indossa un vestito azzurro simile a una tutina con brillantini. Fa venire in mente la Mignon di Goethe e Schubert, la saltimbanca dell’arpista, quella che sogna al di là delle montagne perse nella nebbia come giganti il paese dove fioriscono i limoni. Lui è attaccato con quell’apparecchio rosso alla casa vicina di un vecchio, che vive solo con un uccellino e parla spesso al telefono con la figlia. Il ragazzo ne ascolta le conversazioni, e gli ruba l’energia elettrica. Lei ama andare sui trampoli, anche se il fratello non vuole. Le piace l’aria, in quel mondo terragno, in quel ridotto dove si sono rifugiati in solitudine guerriera dopo che la loro casa ha preso fuoco. Ha preso fuoco o qualcuno glielo ha appiccato perché sono zingari? Zingari, zingari, zingari, si ripete all’ossessione all’inizio, in un testo in cui battute e didascalie sono intrecciate in modo indistricabile. Terra, aria, fuoco… per completare i quattro elementi della natura enunciati da Empedocle, il filosofo che morì buttandosi nel cratere dell’Etna, manca l’acqua.

Bùbaro dei Bùbari è un testo di Carolina Balucani. Ha debuttato al teatro Morlacchi di Perugia, all’interno di un progetto biennale voluto dal direttore Nino Marino, che vede e vedrà in scena pièce di due autrici umbre – segnalate dalla Biennale Teatro College, Balucani appunto e Caroline Baglioni – unificati da una telefonata che irrompe a mutare la situazione. Ha la regia e la concezione generale di Antonio Latella, che prepara intanto anche un altro lavoro, di Linda Dalisi. Le scene, essenziali e bellissime, sono di Giuseppe Stellato, i costumi rilucenti di Graziella Pepe, le luci di Simone De Angelis, il suono del mago Franco Visioli, in uno spettacolo tutto incantato e lacerante.

Assistiamo a varie schermaglie tra i due giovani, due marginali, due “zingari” appunto. Lui più quadrato, richiama lei, fantasiosa, aerea, piena di desideri, alla necessità di raccogliere denari. Le telefonate del vecchio alla figlia irrompono a creare un altro ambiente, con l’amore dell’anziano solo per quell’uccellino che lascerebbe volare libero in casa. Il testo, pieno di sottigliezze, è scritto in una lingua strana, che sembra un po’ umbro, un po’ inventata, un po’ una lingua di risulta, ricca di impennate, di scarti, di invenzioni. Un cane, impersonato dalla ragazzina, irrompe nel luogo segreto dei due, come altri animali in tutta l’opera, in un forte legame con la natura, ridotta visivamente alla sola pianta. 

Marginalità. Respingimento. “Non ci vogliono qui”. Segretezza. Il cane fugge. Il cane è trovato morto nel pollaio. “Niente è di nessuno”. Li hanno scacciati col fuoco. Lei ha un’amica azzurra: la Madonna? Mi aiuta ad avere i documenti. Biancaneve? La Biancaneve che le hanno fatto interpretare in una recita in cui doveva rimanere muta? Battute come domande. Salti continui dalla prima alla terza persona. Impersonificazione ed epica. Battute come imposizioni, consigli, ordini. Come desideri. Come nostalgie. Battute scavate, lavorate, interiorizzate o sparate come raffiche di mitragliatrice. Lui va a rubare dal vecchio. Con una pistola finta. L’uccellino fugge. Lei ricorda quando la casa è stata incendiata. “Nessuno ci vuole qui”. Lui torna con la mano macchiata di sangue. Lei fugge.

Fugge verso il mare. Dall’acqua si lascia cullare. Lui scappa nel bosco. La cerca? Lei si inoltra nell’acqua. Si è accesa la parola mare. Lampeggiano, alternandosi o tutte insieme, le parole di “Sta cazzo di terra”. Lei sul proscenio. Gli zingari dentro i lager facevano feste. Poi veniva il silenzio. Lei si lascia avvolgere dal mare.

Questo di Latella è lo spettacolo perfetto, un testo politico, sulla differenza, sui pregiudizi, senza ideologismi, schematismi, tautologie. Balucani fornisce una partitura ideale per far risaltare le qualità di due attori giovani magistrali, mobilissimi, Chiara Ferrara, fresca e dura come una canzone malinconica o come acqua di montagna, e Luca Ingravalle, solido, terroso, paludoso, già visti lei in quel meraviglioso lavoro collettivo che è Wonder Woman, lui come Mara nel Male sacro di Massimo Binazzi, due spettacoli con la regia di Antonio Latella, che da tempo architetta la creazione di una nuova generazione di interpreti di magnifico spessore. La regia rende ogni sfumatura di un testo ricchissimo, fatto di quotidianità e di abissi, e ci porta insieme ai due protagonisti in un altro mondo, compiendo quello che è da sempre il compito del grande teatro: mostrare un pullulare di vite e cose non rassicurante, oltre la discriminazione, il furto per vivere; figurarci una possibilità di vita libera contro ogni sguardo di sospetto, indagando i personaggi e le loro relazioni con una sensibilità e profondità unica.

“e basta de chiamacce zingari che è un nome che non esiste”.

Fotografie di Karen Righi

condividi

post correlati