Come si può rendere furia contemporanea e insieme canto i classici, rispettandoli profondamente e dando loro un senso che ci parli ancora? Giovanni Ortoleva lo ha fatto per il Metastasio di Prato (in coproduzione con il Teatro Stabile di Torino) con Mirra di Vittorio Alfieri. Non c’è nulla di regale e tanto meno di neoclassico nell’allestimento dell’ultima perfetta tragedia alfieriana (1784-1786), ispirata alle Metamorfosi di Ovidio. Sul palcoscenico non vediamo i colonnati di una reggia dell’antica Cipro, ma una casa fatta di veli, trasparenti, che mostrano dall’interno i movimenti psichici dei personaggi. Nei bordi oscuri dell’impiantito scorgiamo una poltrona, luogo di rifugio delle attrici e degli attori e modo per ribadire che potremmo trovarci in una delle nostre case borghesi, così come l’arredamento della stanza, con una tavola imbandita, sedie dall’aria vagamente liberty e un candelabro baroccheggiante, e dagli abiti indossati dai personaggi (scene di Federico Biancalani e costumi di Aurora Damanti, tra le luci e le ombre di Massimo Galardini). Il male, insomma, è nascosto tra quei veli e quella poltrona e alligna come una variante estrema della passione. Il testo parla certo di invidia della dea Venere per la bellezza di Mirra, a sproposito esaltata dalla madre, tanto da causare l’ira vendicativa della Cipride.

Mirra deve sposare Pereo, ma in lei c’è una reticenza che sempre di più assume i caratteri del rifiuto, anche se ella china la testa (o almeno ci prova) obbediente al volere dei suoi. In splendidi endecasillabi dall’andamento insieme ritmico e prosastico grazie all’enjambement quasi continuo, Mirra si confida senza dichiarare altro che la sua reticenza, senza specificarne i motivi, con la dolce amorosa nutrice; si dichiara innamorata del promesso marito ma rivela che qualcosa la blocca. Si apre una gara dialettica con il padre, con la madre, che pur essendole vicini non la comprendono, col promesso sposo.
La nutrice, una fenomenale Monica Demuru, accompagna l’evolversi della storia con interventi cantati (Embraceable Youdi George Gershwin) che aprono squarci di umana vicinanza e partecipazione a un dolore tanto più acuto in quanto non esplicitato, celato.

E scoppia una tempesta sonora, una furia che richiama certi momenti di spettacoli di un regista cui Ortoleva di sicuro guarda, Antonio Latella, che lo fece debuttare con un Saul (ancora Alfieri!) alla Biennale Teatro del 2018, un altro che attraverso la tragedia, antica, greca in quel caso, con Santa Estasi, è andato alla radice degli orrori della famiglia borghese.
Durante la tempesta i veli che formano la casa si alzano: squarciano, svelano l’abbandono e il suicidio di Pereo – che rinuncia al matrimonio convinto di non poter mai avere l’amore di Mirra, che pure accetterebbe di sposarlo per ubbidienza alla ragione familiare e di stato. Tutto finisce nel sangue, quando la rivelazione – sospettata dallo spettatore da tempo – emerge inarrestabile, mentre la casa leggerissima e trasparente cala bassissima a soffocare Mirra. L’amore – che impedisce il matrimonio – è amore inconfessabile (e confessato solo tra le righe, come una rimozione continua) per il padre. È incesto, il massimo tabù borghese, il nodo psichico che, se spostato dall’immaginario alla realtà, sfracella l’ordine sociale. Qui sembra rovesciarsi lo stereotipo dei padri che soffocano i giovani, i figli: ma è solo apparenza, perché il fascino del padre (prima ancora di Venere, la venerazione del genitore) ha suscitato quell’amore disperato.

Gli elementi fortemente drammatici sono distanziati, “straniati” dalla canzone ripetuta dalla nutrice e dal gioco tra legami indistricabili, dove i piani delle responsabilità si confondono e gravano sui personaggi come una minaccia insieme interiore ed esteriore.
Intense le prove di Monica Demuru in un personaggio defilato e quella della madre, interpretata da Mariangela Granelli. Ha tutti gli empiti della gioventù, a volte meravigliosi, a volte acerbi, la Mirra di Lorenza Nacchia. Buona è anche la prova dei due uomini, Marco Cacciola (il padre) e Marco Divsic (Pereo, il promesso sposo).

Intelligente la lettura del regista che nelle note di sala parla di Mirra come “una bomba posta al centro dell’istituzione familiare”. E continua rivendicando la necessità di tornare a guardare, con occhi nuovi, nella tradizione: “Credo che sia il momento di affrontare un testo del genere, per ricordarci che il nostro ‘patrimonio nazionale’ ha sempre messo dei punti interrogativi nelle istituzioni che oggi vorrebbero essere recintate con il filo spinato. I ‘nostri grandi poeti’ hanno costruito sublimi giardini del linguaggio, è vero, ma hanno anche fatto detonare le nostre convenzioni con esplosioni non meno sublimi. La Tradizione non può più essere una terra pacifica”. Così rende viva una tragedia che fu cavallo di battaglia di grandi interpreti nel passato e che risultava uscita dal repertorio perlomeno da un allestimento di Luca Ronconi del 1987. La domanda è urgente: che cosa farcene della tradizione, sempre meno trasmessa, fatta amare e comprendere a fondo prima di tutto da una scuola superficiale e distratta?
Mirra si può vedere ancora al Teatro Gobetti di Torino dal 24 febbraio al 1° marzo: leggi qui.
Le fotografie sono di Giulia Lenzi.


