Tre pezzi in punto di apocalisse. La costrizione, l’esplosione, la dissoluzione vanno molto quest’anno (leggi, per esempio https://www.doppiozero.com/le-citta-dei-morti). E noi stiamo a guardare, come ogni sera, a teatro.

Orgasmo
Niccolò Fettarappa è uno di quei giovani artisti che si possono dire emergenti. Ha un’energia dirompente; dà un ritmo rapinoso, avvolgente, ai suoi spettacoli. In Orgasmo, visto all’Arena del Sole di Bologna, immagina un appuntamento (un programma) dell’agenda dell’Unione (Europea, naturalmente), che pone fine all’orgasmo nel 2030. Tre uomini e una donna (Gianni D’Addario, Niccolò Fettarappa, Lorenzo Guerrieri, Rebecca Sisti) si dibattono intorno a un letto, che ogni tanto si scompone, e suggerisce altre ambientazioni e atmosfere, per circa un’ora e mezzo, declinando, con infinite inutili variazioni, l’assunto iniziale. Bisogna solo produrre, lavorare. Fuori da quella stanza (quelle stanze?) incombono orsi selvaggi, che ogni tanto forano le pareti. Si ride, all’inizio. Poi tutto si ripete e la “satira surreale e ironica sulla fine dell’eros nell’era dell’iper-produttività” (dal programma di sala) mostra la sua natura di giochino alquanto stento per strappare risate, con sapiente ritmo, a un pubblico giovane. Intrattenimento, travestito da critica sociale, ma senza articolazione e spessore; da nipotini di Zelig per pubblici formatisi alle comiche su YouTube, nei Reels e alle serie televisive.

Fame
Ogni tanto la Compagnia della Fortezza ci riprova. Armando Punzo punta, tra i tanti detenuti attori del gruppo, qualcuno, uno, cui affida un “solo”. Questa volta è Paul Cocian, in Fame, dal romanzo del norvegese Knut Hamsun (1890). Pre-espressionismo, pre-esistenzialismo, dirompente desiderio di spaccare gli argini. Fame di vita, di esperienze, di arte, musica, letteratura… esaltazione del desiderio e lotta contro ciò che lo costringe. Nello spettacolo, visto in tournée a Teatri di Vita di Bologna, siamo introdotti in una pista di circo, noi spettatori su quattro lati, con lucine rosse e con fari e fumi che incrociano l’aria. La musica di Andrea Salvadori accompagna dal vivo la prova, forte, generosa, dell’attore, che con prestanza fisica, con violenza, con dolcezza, scandisce col corpo il testo. Cocian è domatore e belva, pulsa dentro di sé costrizione e ansia di spaccare le catene, di rompere le sbarre. Concentrazione su un solo attore, come altra faccia della luna dei mirabolanti spettacoli corali che la Compagnia realizza a Volterra in estate. Sempre con qualcosa di magico, di unico, qui messo sotto il microscopio di un talento capace di invadere la scena e chiederle di traboccare nella vita.

Fuggire da soli
Quattro signore conversano. Ognuna abbastanza per conto proprio. Qualcuna parla di bustine di tè. Si siedono su sdraio. Chiacchierano di tutto e di niente. Di quanti, di fantastilioni e di negozi che chiudono. Una, venendo da dietro una siepe di plastica, evoca apocalissi sempre più truci e disgustose. L’altra parla della sua fobia per i gatti. Qualcuna si è asserragliata, in casa. Un’altra ha ucciso il marito, per legittima difesa. Dietro di loro scorrono immagini su un ledwall, uno schermo alto, con cieli infuocati, nuvole malate, ma anche scritte che evocano l’Eden o programmi di longevità. Si voltano spalle al pubblico con le sdraio, a guardare. Eseguono esercizi di qualche disciplina orientale (per muoversi? per tenersi in forma? per ridarsi forma?).

Escaped Alone, testo del 2016 della drammaturga inglese Caryl Churchill (nata nel 1938) è stato portato in scena al Piccolo Teatro di Milano da lacasadargilla, con la regia di Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni. In scena Alice Palazzi, Caterina Carpio, Arianna Gaudio, Tania Garibba, fenomenali, in proiezioni deliranti e in chiusure, introiezioni tentennanti. Sono invecchiate solo dai costumi, a raffigurare signore lievemente trascurate sull’orlo di un qualche abisso spalancato su una vita quotidiana che va scolorendo, minacciata da incubi esterni e corrosioni interne. Paura e silenzio spira sul palco, tra Vermeer e Hopper, con il ledwall che rivela, in certi momenti, la sua griglia, come sbarre di prigione, che proietta corpi alla rovescia o oggetti privati di gravità. Cantano. Provano a imparare le lingue. Riempiono il tempo. Rimpianto, dissoluzione, tremore, minaccia, profezia di sciagure, menti che svaporano, buio, alterazioni delle nuvole in atmosfere di sogno o di chimica minaccia. Buio ancora. Chiacchiericcio che si avviluppa, si scioglie, lancia acuti e si incista, come una sofferenza vera (o fittizia, esibita, teatrale). Magnifico mascherarsi e rivelarsi, condolersi con noi, che da un promontorio di precarietà guardiamo. “Ho detto grazie per il tè e me ne sono andata a casa”.


