La scenografia (fissa) ha quinte dipinte e un fondale con prospettiva obliqua. Ma nel teatrino di villa Mazzacorati, un gioiello settecentesco con telamoni e cariatidi che reggono la galleria, spicca la ribaltina di luci fatta con latte di pomodori pelati. Per la rassegna “Tra presenza e maschera” di Fraternal Compagnia in scena (ancora oggi, domenica, alle 17) una delle maschere novecentesche più famose, Ettore Petrolini. Lo riporta in vita con Petrolini infinito Enoch Marrella, attore che ha iniziato il suo percorso a Bologna, poi si è spostato e stabilito a Roma.

Marrella richiama il famoso grande protagonista del varietà della prima metà del Novecento anche nel fisico. Entra con uno strano oggetto in mano, che subito trasforma nella maschera grottesca di Fortunello, con una “buatta” di pomodoro al posto del cappellino. Battute che oggi si direbbero demenziali, scioglilingua, associazioni comiche, destrutturazioni di stereotipi linguistici, barzellette, battute, in dialogo con la musica “giocata” dal pianista Paolo Panfilo. Il gioco si ripete con altri famosi personaggi di Petrolini: con i Salamini, con Gastone, con il pallido prence Amleto. Si ride, ma soprattutto, mi sembra, si rievoca: Marrella indossa Petrolini con una certa distanza e una certa malinconia, rinnovando il mito dell’attore lunare, emarginato dalla vita reale, un incrocio tra Pierrot e il Clown Bianco. Ride, e ci fa ridere, acidamente. Ma poi si inoltra nell’autobiografia dell’attore, con la tristezza perché per strada nessuno lo chiama Petrolini, ma per tutti è Gastone, Fortunello, Amleto, Nerone. Dedica qualche sprazzo a quest’ultimo personaggio e chiude con una sua versione di Tanto pe’ cantà. Cosa c’entra Nino Manfredi con Petrolini? La canzone, anche se Manfredi l’ha resa famosa, è di Petrolini. Ma Marrella la rielabora, tenendo conto anche di una versione di Ciccio Ingrassia (Tanto pe’ magnà). È come se Marrella tracciasse una strada che arriva a portarci a noi oggi, con la rivelazione di quella malinconia: a fare l’attore allora, l’altro ieri come ieri e come oggi, non si campa. Si fa vita precaria. Eppure si splende di arguzia, in quella meravigliosa scenografia, con il viso illuminato da latte di pomodoro.


