Copernico e Vesalio. La scoperta del macrocosmo e quella del microcosmo. L’esterno, l’universo espanso, non più tolemaico, fatto di pianeti alla deriva nella galassia, e il microcosmo, con muscoli, ossa, nervi sotto la pelle, un altro universo, nel Cinquecento ancora de definire, da meglio scoprire, da esplorare come le Americhe, eppure già sentito come uno specchio complesso dei moti fisici esterni all’essere umano.
Un uomo scorticato ed esposto nella Wunderkammer di un imperatore, alla fine del Settecento, un nero della Nigeria trattato alla pari di animali bizzarri. Un chirurgo olandese che studia l’anatomia sulla propria gamba amputata. La sorella di Chopin che estrae il cuore dal corpo del fratello amato e lo trafuga nella patria lontana, in Polonia.
In Gran Teatro Anatomico di Archivio Zeta si incrociano vari livelli, non solo temporali. C’è la superficie del corpo, della figura umana, e c’è una interiorità, anzi un interno, tutto da scoprire. Oppure c’è una figura scuoiata, cui ridare dignità di integrale umanità. C’è mistero e desiderio politico di giustizia, di uguaglianza. Ci sono smaglianti figure, incarante nei costumi di Manuela Dall’Aglio, come la corazza di costole lucenti che indossa la sorella di Chopin, da cui estrarre il cuore di stoffa del musicista. C’è la rabbia del nero Soliman, ridotto a scimmia, degradato, nelle lettere della figlia all’imperatore, sempre più dure, più concitate contro un potere che banalizza e annulla i corpi. C’è l’autoanalisi dell’anatomista, la smania di ricerca della scienza che vuole analizzare, esplorare, notomizzare, e il dolore della separazione di una parte dal tutto, perché di tutto e parti si parla, di microcosmo e macrocosmo, di universo e corpo nello spettacolo di Archivio Zeta che è stato in scena nell’ala storica dell’Istituto ortopedico Rizzoli a Bologna, e che vi tornerà in primavera.

C’è una recitazione essenziale e una distensione in uno spazio straordinario, dove la compagnia bolognese è in residenza, quella nei dintorni del quale abitò Cristina Campo da ragazza, nipote del primario Vittorio Protti, nella Biblioteca dell’Istituto ad affinare quel suo stile scolpito, epigrammatico, denso di voli assoluti. Si parla di parti e di tutto nello spetatcolo, nella Biblioteca dove sono conservate tavole di anatomia. Si racconta in modo emozionante il divieto di cantare per le donne in chiesa in occasione dei funerali di Chopin, e la cerimonia diventa un corteo nel buio freddo di novembre nel meraviglioso chiostro ottagonale dell’ex convento, ridotto a ombra per noi spettatori ombre, sotto i melismi trascinanti del Requiem di Mozart. Si tirano le fila, su grandi mappe anatomiche, nella sala vasariana. Si assiste ad altre scene nei corridoi, sempre accompagnati dalle musiche penetranti scelte o composte da Patrizio Barontini.

Archivio Zeta, con la drammaturgia di Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, anche in scena, compone un viaggio all’interno e all’esterno dell’uomo tra passioni, affetti conculcati e desiderio di conoscere, di fermare, penetrare la natura sfuggente dell’umano. Lo spazio diventa una componente essenziale, come la recitazione, asciutta o indignata, con magnifici attori quali i due autori (il narratore e la sorella di Chopin); come la splendida, pacata e poi furiosa Ermelinda Nasuto, la figlia di Soliman; come Giuseppe Losacco e Andrea Maffetti, i due anatomisti olandesi. Con un’ispirazione dal romanzo I vagabondi della premio Nobel Olga Tokarczuk, all’interno di un ampio progetto intitolato Vista paradox – prospettive culturali, che andrà a scavare autori eterodossi come Cristina Campo o Flannery O’ Connor e le relazioni tra spazio, parola e corpi.

Le fotografie sono di Franco Guardascione

