Il festival Culture Care raddoppia e, facendo centro nel teatro Borsoni di Brescia, si distende fino ai dintorni della città, a Castrezzato; Rovato, Adro. Lo organizza Teatro19, una compagnia che per tutto l’anno svolge laboratori in collaborazione con i servizi di salute mentale. La cultura cura; la cultura si fa carico degli esseri umani, senza rinunciare al suo compito più profondo che è creare, sorprendere, far nascere pensieri liberi, capaci di aprire continuamente porte per evadere dai luoghi comuni.
La compagnia di casa inaugura il festival con un testo di Pirandello del 1925, La Sagra del Signore della Nave, una bizzarra festa che unisce sacro e profano, un Cristo protettore dei marinai e lo scannamento del maiale, tanto diffuso un tempo da queste parti. Naturalmente devozione e tourbillon festivo si intrecciano quasi indistricabilmente. Lo spettacolo debuttò davanti a Benito Mussolini che aveva generosamente finanziato il Teatro d’Arte di Pirandello (forse per ricompensarlo dell’adesione al Partito fascista dell’anno prima) e fu un kolossal con più di 120 tra attori e figuranti, con gruppi che rompevano la separazione tra palcoscenico e platea. Teatro19 recupera questo testo per riflettere sui rapporti, spesso conflittuali, a volte proni, tra arte e potere. Un brano che non appare nell’originale è questo: “Siamo artisti noi, siamo fatti per rompere i coglioni! al potere, a tutti i fascisti, comunisti, autoritari democristi, interventisti, oligarchischi, miliardari, maschilisti e patriarchischi. Siamo fatti per rompere i coglioni, mica per essere maiali obbedienti e mangioni, per mangiare, per tritare, rosicchiare e tracannare tutto quel che c’è da consumare!”. Lo dice il giovane intellettuale, già in Pirandello spirito critico, che rovescia l’omologazione festiva insistendo sulla violenza e la miseria morale propria dell’essere umano. Ma qui la Sagra diventa una denuncia dei numerosi sepolcri imbiancati intervenuti alla prima, cui quasi più spesso che alla scena si rivolgono gli occhi degli spettatori. Il rito dell’uccisione del maiale porta con sé festa, bancarelle, eccessi di ogni tipo, in contrasto con il rito sofferto di quel Cristo emaciato, salvatore di naufraghi. E tutto questo bailamme, alla fine, viene messo a confronto con l’addio alla vita pauperistico di Pirandello, solo un corpo nudo nella terra di fronte al mare. E vediamo l’intellettuale sostituito al Cristo sulla croce.

La compagnia, a contrasto con lo spirito da kermesse del testo, non si serve di particolari allestimenti scenici: pochi legni, qualche cavalletto e alcuni tavolacci. Una fisarmonica con la regista e drammaturga Francesca Mainetti che fa da narratrice; un coro e attori professionisti o in carico ai servizi abbastanza indistinguibili, a testimoniare un lavoro in profondità, che dura da anni (in scena c’erano Valeria Battaini, Daniele Gatti, Elena Guitti, Giovanni Lunardini, Roberto Lunardini, Francesca Mainetti, Katia Mordenti, Roberta Moneta, Monica Winters, Isabella Zipponi). All’allestimento povero, corrisponde l’uso del dialetto e l’autodefinizione di “scarrozzanti”, anche se rispetto alla prova aperta dell’anno scorso la lingua passa da un “testoriano” a qualcosa di più vicino al bresciano. Popolarità, tradizioni profane e religiose, austerità di mezzi, inclusione, ragionamento risolto con mezzi drammaturgici su potere e arte fanno di questo lavoro un’esperienza da continuare a seguire.

Il festival si è sviluppato anche con incontri. Chi scrive ne ha tenuti alcuni, su Artaud e sul lavoro di Giuliano Scabia specialmente nel manicomio di Trieste (Marco Cavallo, 1973). Per questo si considera più testimone che critico della manifestazione. Ci son stati laboratori, in cui diverse compagnie mettevano a confronto i loro metodi. E spettacoli. Ho visto Lucignoli della sempre sorprendente compagnia pisana “Animali celesti”, che fa della trasgressione sui temi della differenza e del disagio la sua cifra. La sofferenze è un porno show: una gabbia per gambe che non si reggono da sole prende il posto del burattino trasformato ormai in un bambino, per niente per bene, attratto com’è dall’esibizione e dal successo, tra fatine sessualizzate e altri personaggi della favola virati verso un reality contemporaneo. In scena Alessandro Garzella, che ha scritto e diretto lo spettacolo, Francesca Mainetti e Chiara Pistoia.

Ho assistito alla prova di Coniglio Di Emme, con giovanissimi interpreti, anche quelli in parte in carico ai servizi. Qui la favola è quella di Alice: ma il prologo e l’epilogo sono costituiti da sensibili monologhi che mostrano le paure degli adolescenti: quella di andare in scena, di lanciarsi in un’avventura senza rete, e quella di uscire di scena, di scomparire dalla scena, cercando di capire cosa si è fatto e di tornare nel proprio mondo, spesso difficile.
Drama Sound City di Stalker Teatro è invece un viaggio con visioni, musica elettronica e pop sperimentale nelle periferie: un baluginare di suggestioni, aculei, superfici mentalmente ruvide o labirintiche che si stagliano nel buio che disegna una città ansiogena.


