Quarant’anni fa, correva il 1985, debuttò uno spettacolo che rinnovava i modi della danza italiana. Non più evoluzioni sulle punte e neppure incroci di Modern Dance, in tutte le sue varianti, fino ad arrivare al minimalismo di Lucinda Childs in Einstein on the Beach. Con Il cortile e con la compagnia che lo creò, Sosta Palmizi, nasceva il teatro danza italiano. È vero, c’erano già altri che si muovevano in quello spazio libero tra disciplina del corpo, astrazione e drammaturgia, tra teatro e arte coreutica. Ma Il cortile fu visto come un fatto importante, nell’anno della rassegna monografica dedicata a Pina Bausch alla Fenice di Venezia. Tanto che fu insignito di un premio speciale Ubu e portò Il Patalogo, il magnifico annuario progettato da Franco Quadri, vera Bibbia del teatro in quegli anni, a pubblicare un articolo di Gianni Manzella, Nuova danza all’italiana. Lì si ricordava come gli interpreti si fossero formati al Laboratorio diretto da Carolyn Carlson, sempre, non casualmente, alla Fenice di Venezia guidata da Lamberto Trezzini (sovrintendente) e Italo Gomez (direttore artistico). Si spiegava come dopo tre anni di ‘apprendistato’, sei allievi avessero formato una compagnia e, ritiratisi a Montepulciano, avessero allestito lo spettacolo, “a non lasciar svanire quel patrimonio di lavoro comune”. Manzella così raccontava: “Alla base della sua costruzione non c’è una storia ma un’atmosfera, una sensazione di oppressione e di pericolo incombente su un gruppo di spaesati sopravvissuti da chissà quale catastrofe”. I danzatori, diversi l’uno dall’altro, agivano limitati dalle gabbie di quel cortile “fatto di reti metalliche e panni stesi dei colori tenui dalla terra che ricopre la scena e impolvera i movimenti”.

Quello spettacolo è stato rievocato, qualche giorno fa, nel bel festival Kilowatt di Sansepolcro, diretto da Luca Ricci e Lucia Franchi, all’interno di un focus su Raffaella Giordano, una dei sei interpreti (gli altri erano Michele Abbondanza, Francesca Bertolli, Roberto Castello, Roberto Cocconi, Giorgio Rossi, tutti presenti tranne il solo Castello). Della danzatrice, coreografa e regista si è analizzata e rivista la produzione creativa in varie forme, in video o dal vivo, ma anche lo spirito pedagogico, volto a trasmettere alle nuove generazioni. In un incontro finale il tema era proprio quello del rapporto tra generazioni della nuova danza e del nuovo teatro, nel contesto delle difficoltà odierne per la ricerca teatrale.

“C’erano tra noi – raccontava anni fa Giorgio Rossi alla critica Francesca Pedroni– delle cose tacite. Non erano necessarie spiegazioni. Semplicemente eravamo convinti di ciò che facevamo. Volevamo dire, raccontare, tirare fuori la nostra follia, i nostri lati nascosti: e la danza sfociava nel teatro”.
“Ci siamo incrociati, scelti da Carolyn” – “Eravamo molto ignari di quello che facevamo” – “Siamo riusciti a non ripetere quello che sperimentavamo con Carolyn” – “Ci trasmetteva tutto, non nascondeva niente, come fanno i grandi maestri” – “È stato un dono di Carolyn, l’insegnamento ad aprirsi, a splendere con umiltà”: frammenti di frasi dell’incontro. Con un finale, fuori campo, di Carlson: “Sono coreografa e danzatrice, ma non posso creare senza persone al mio fianco. E voi siete grandi personalità. Eravate tutti unici e allora ho scoperto tutto dei vostri caratteri. E per me è stato un dono”.

Si chiude così l’omaggio a Raffaella Giordano del festival. Kilowatt ogni anno scegli il lavoro di un maestro del nuovo teatro o della nuova danza, non per celebralo, ma per analizzarlo, per capire quanto fertile sia ancora. È sempre una bella sezione di questo festival, che programma alcuni spettacoli per la rassegna affidandosi ai “visionari”, cittadini che durante l’anno visionano video di spettacoli, per sceglierne alcuni. A completare il cartellone debutti e spettacoli di ricerca, come il nuovo di Quotidiana.com e il bellissimo Ivan e i cani di Federica Rosellini. E molti altri in una selezione che punta molto anche sui laboratori.

Nella stessa giornata di domenica 13 abbiamo visto un’azione di danza urbana della belga Femke Gyselinck, un leggero muoversi e incidere con il corpo lo spazio lasciandosi portare dalla musica, portandola a gesto. In un altro dei numerosi spazi allestiti apposta per il festival Aliféyini Mohamed aka Lil’Cé ha presentato una ricerca sul corpo autistico alquanto effettistica, che desta più di un sospetto di narcisismo. Nel chiostro di San Francesco Solo sognar ci terrà svegli porta i danzatori di YoY Performing Arts, Emma Zani e Roberto Doveri, a galleggiare fuori dal “quadro” di un letto, a muoversi in un paesaggio reso inconscio dalle sensibili luci di Gianni Staropoli, che sfumano, contornano e dissolvono le figure, le nascondono proiettando il sognato fuori dal sognante, nell’ombra.
Chiude la serata I Have Seen That Face Before, di I vespri / Giovanni Insaudo, un giovane coreografo da tenere d’occhio. Si danza, si finisce lo spettacolo, si esce dal palco e si torna nell’esibizione, mediatica, nella trasposizione del corpo su qualche schermo, nella sua frantumazione, nella sua ripetizione e destrutturazione e ricomposizione. Con i corpi riprodotti, con lo schermo fondale dei movimenti dei danzatori, in un moto di citazione continuo labirintico. Meno di mezz’ora. Avvolgente.
Le prime due fotografie sono immagini di repertorio del Cortile e di Sosta Palmizi. Le altre, di Elisa Nocerini, nell’ordine ritraggono l’incontro sul Cortile, Erato di Femke Gyselinck, Solo sognar ci terrà svegli, e I Have Seen That Face Before.


