Fuori c’era tempesta. Lampi, tuoni, scrosci di pioggia che cancellavano le parole.
Resisteva quella torre di cemento, quattro piani di una vecchia fabbrica abbandonata e trasformata in monumento “brutalista”, in un luogo dove riflettere sulle offese all’ambiente, tra verde dei campi e dei colli. Dentro vi si svolgeva la 21esima edizione di La via lattea, una bella rassegna pensata, nelle zone intorno a Chiasso, dal compositore Mario Pagliarani e realizzata con il suo Teatro del Tempo.
Il programma era aperto da una citazione di Friedrich Nietzsche: “Chi scruta dentro se stesso / come in un immenso spazio cosmico / e porta in sé vie lattee, / sa che esse conducono fin dentro al caos / e al labirinto dell’esistenza”. Caos, sguardo interno, labirinto dell’esistenza: via lattea nella tempesta, tra una scala rossa che conduceva ai vari piani, macchinari per triturare pietre e altri meccanismi, spigoli duri, paratie. Un pianoforte al piano terra, una mostra al quarto piano. Una grande vetrata. Intorno il Parco delle Gole della Breggia, un torrente impetuoso, nascosto dalla traforata e cadente, ma solida come un fortilizio, struttura in cemento.

Il giorno in cui ci sono stato io Andrea Brugnero, straordinario attore veneto, davanti a una vetrata ha dato voce e corpo a Cinghiali al limite del bosco di Giuliano Scabia, testo incorniciato dall’eterno, irrisolto inseguimento tra la notte e il giorno, con cinghiali che si immobilizzano per rendersi invisibili a cani e cacciatori, per continuare a vivere e fare l’amore, nei boschi, di notte, mentre gli umani dormono. Brugnero modulava ogni personaggio con toni di voce, introduceva gli animali con versi naturalistici, con pause e accelerazioni portava nella ‘fiaba’, trascinando nel mondo immaginario, dolorante felice e immaginoso, di Scabia. Avrebbe dovuto fare lo spettacolo su una collina, spostandosi, ma fuori precipitava in acqua il cielo.
Più avanti nella serata abbiamo ricordato lo scrittore, poeta, uomo di teatro padovano, Scabia, e poi abbiamo ascoltato, in un percorso nell’edificio di cemento (fuori era tempesta) la sua voce, registrata in precedenti edizioni del festival, in una passeggiata notturna dal raro valore evocativo.
Arrivati al piano terra il Trio K, flauto, violoncello e pianoforte, ci hanno portato nell’Opera della notte, poema di Scabia di ricerca del padre, con suoni distillati, cristallini, immaginosi, con silenzi microtonali e accensioni, di Mario Pagliarani. Sembrava di sentire in quell’incanto cullante la voce del poeta: “Quando è l’ora che la notte sorge / tutte le bestie sento risvegliarsi / pronte al buio darsi – alla paura. / È l’ora in cui si spera apparire nel buio / il sorriso del padre”. Su “padre” entrava il violoncello, ed era calore e sogno nella notte agitata dagli elementi scatenati, il 27 agosto.


