Festival della Valle d’Itria: di guerra e di fantasmi

Troppi ritratti di antenati su gabbie che richiamano una prigione. Troppi fantasmi di eroismo insidiano la famiglia di Owen Wingrave, votata da generazioni innumerevoli al sacrificio per la patria. E chi non si è sacrificato, chi si è macchiato di codardia, un ragazzo, è stato ucciso secoli fa dal padre stesso, morto poi misteriosamente al suo fianco. E se Owen questa volta vuole consapevolmente, per scelta etica e filosofica, sottrarsi all’assassinio legalizzato della guerra, tutti quei quadri senza volto, con un bersaglio segnato al centro del busto, incomberanno su di lui e la casa – la Famiglia – realizzerà la metafora di prigione che l’apparato scenico suggerisce.

Owen Wingrave è un’opera finora mai rappresentata in Italia, scritta da Benjamin Britten su libretto di Myfanwy Piper per la televisione tra 1969 e 1970 e trasmessa nel 1971, poi portata in teatro a Londra nel 1973. Ha chiuso le rappresentazioni del Festival della Valle d’Itria di Martina Franca (TA), quest’anno dedicato dalla direttrice artistica Silvia Colasanti a un tema bruciante come Guerra e pace. 

L’opera di Britten, composta nel pieno degli orrori del conflitto del Vietnam, mette in scena un pacifista totale, eroico, che in nulla rinuncia al valore della sua stirpe, ma per rifiutare di combattere. Owen resiste alle pressioni del suo istruttore, che ne riconosce il valore e arriva a capirne, a malincuore, le ragioni. E, con molta maggiore forza di carattere, resiste alle pressioni dei parenti, sconvolti per lo scandalo della rottura della tradizione di valore militare familiare

Il testo, in realtà, è ispirato a un racconto di fantasmi di Henry James (e la librettista è la stessa che ridusse per Britten Giro di vite). La bella regia di Andrea De Rosa (supportata dalle scene di Giuseppe Stellato, dai costumi di Ilaria Ariemme, e dai chiaroscuri luministici di Pasquale Mari) ci fa vedere subito il fantasma del giovanissimo antenato su una giostra, di quelle di ferro anni ’50, chiuso poi dalla parete con i ritratti-bersaglio degli avi. Il bambino (la figurante Bruna Punzi) ricomparirà all’inizio del secondo atto, mentre un narratore riassume momenti della vicenda. Con una pistola ad acqua spruzzerà vernice rossa su quelle imponenti, impositive immagini di guerrieri antenati senza volto. E alla fine avvolgerà nei giri di quella giostrina il protagonista ribelle, in una consonanza che sa di sacrificio umano e di ricomposizione dell’ordine (militaresco) sul tentativo di evaderne. Di rara suggestione sono le scene, affidate a insieme musicali, in cui appaiono le donne di famiglia per far pressione su Owen, in camicie da notte che le rendono fantasmatiche con candelieri in mano o in rigidi vestiti da sera davanti a una tavola imbandita, e da quinte o dal muro di fondo del bel cortile di palazzo ducale di Martina Franca si sente un coro di voci bianche, evocanti giochi resi impossibili da quel dominante spirto guerrier.

La musica alterna clangori o anche solo citazioni marziali a momenti lirici, interiori, insistendo un po’ troppo su recitativi in cui i personaggi spiegano le loro ragioni, con un calo, dovuto all’uso del mezzo televisivo, dell’azione e un eccessivo didascalismo che raffredda la tensione. Tensione che riesplode nelle scene notturne e nelle invasioni della famiglia dello spazio di libero pensiero del giovane Owen, interpretato da un perfetto Äneas Humm, baritono dalla voce calda e mobile, che bene resiste alle pressioni degli altri personaggi. Completano un cast di ottima caratura il nonno di Simone Fenotti, l’istruttore di Kristian Lindroos, il compagno di studi di Ruairi Bowen, le donne di Charlotte-Anne Shipley, Lucía Peregrino, Chiara Boccabella, Sharon Carty, con Chenghai Bao fuori scena, col volto bianco e con un tono tra il distante e l’ironico di narratore che osserva chiudersi le maglie di una macchina infernale sul giovane, accompagnato dal coro di voci bianche del festival, formato, istruito lungo tutto l’anno e diretto da Angela Lacarbonara.

 Owen per dimostrare di essere comunque coraggioso accetterà di chiudersi nella “stanza dei fantasmi”. Non sopravviverà alla notte o alla tensione che un mondo incapace di ascoltarne le ragioni è riuscito a creare intorno a lui. Si trasformerà egli stesso in un corpo privo di vita, pronto a smaterializzarsi per diventare fantasmatica metafora del destino di chi non accetta le regole.

L’orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala era magnificamente diretta da Daniel Cohen, capace di entrare nelle sfumature di un’opera fortemente psicologica, con un passo fantastico originale e incombente.

Le fotografie sono di Clarissa La Polla.

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