Fuori dalla realtà. Perché in fondo siamo cenere, e cenere ritorneremo. Perché la descrizione non esaurisce le possibilità dell’umano. Perché il mondo bisogna ricostruirlo da capo a piedi, per come è fatto male.
Sparge cenere, Armando Punzo, all’inizio del nuovo spettacolo nel cortile della Fortezza di Volterra. Cenerentola è un viaggio in quel continente che non esiste che è l’utopia. Per riempire il vuoto di una vita troppo legata ai ruoli, per svincolarla, per svuotarla di ciò che è già conosciuto ed esplorare possibilità.

I fusti degli alberi del cortile del carcere sono ricoperti di tela o carta bianca. Sopra sparge cenere, Punzo; dipinge a larghe pennellate con colore nero. Roteano cerchi, bianchi o neri, in questo vestibolo, con un effetto cannocchiale, rivelando figure sui diversi piani di profondità. Un canto dolce e straziante. Gli spettatori guardano meravigliati un boschetto carcerario che sembra toccato da una verga magica e trasformato nell’ingresso a un qualche Aldilà.
Spettri, ombre o immaginazioni venture appariranno nel “campino”, quello che di solito è uno spiazzo di cemento per i momenti d’aria dei detenuti. Essi sono trasformati in attori, in figure di quadri, tra Toulouse-Lautrec e Dalì, con un pizzico dei girovaghi di Picasso, ma tutto in bianco e nero, tra quinte nere: cappelli conici, vestiti di jolly, ora bianchi ora neri, volti segnati, baffi a punta che deragliano dal viso, occhi bistrati, un po’ marionette del Bauhaus, un po’ clown bianchi ripassati nelle immaginazioni figurative del primo Novecento. Triangoli, sfere: punto linea superfice. Farfalle giganti e morandiane bottiglie; il toro di Guernica, cavalli degli scacchi, cavalli monumentali e un’amazzone che mi fa venire in mente, chissà perché, il libro di Gadda (Il Guerriero, l’Amazzone e lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo).

È un rutilare di immagini, che sforano i limiti del quadro in momenti di action painting, un’immersione nelle avanguardie che volevano rifare il mondo. Sempre per staccarsi da quella cosa grigia, caotica, che è la realtà. Trascinati dalle musiche di Andrea Salvadori, che ora accennano, ora sottolineano raddoppiando l’effetto delle visioni, dando ritmo, ora si dissolvono, ora toccano perfino punte pompier, di eccessivo retorico suggerimento di stati d’animo a chi guarda, di emozioni, come nel melodramma.
Punzo da anni ormai vuole fuggire dal carcere, dai carcerati inchiodati a ruoli predefiniti dalla società, incatenati alla colpa, senza remissione. Intende ricostruire il mondo, che non sia più un grande carcere esterno senza aria. Cerca di rifare vite. E questa Cenerentola (la più umile tra le sorelle, la diseredata, la costretta ai lavori di casa, una Cenerentola senza principe azzurro, finale di alcuni anni di ‘studi’) è un vortice vertiginoso di altri mondi, di iperspazi e ipertempi, sotto il sole giaguaro di un pomeriggio dell’estate più calda. È scienza, è matematica, è arte figurativa, quella che tagliava gli occhi per uno sguardo differente (Un chien andalou) e voleva rinnovare la percezione sostituendo al paesaggio lo spirito, provocando come Dada, ricostruendo le cose come i russi e Gropius.

Gli spettatori – anche se nel giorno dell’anteprima erano male disposti, costretti a stare in piedi o a vedere malamente seduti in terra – sono trascinati dal fascino di un’opera compatta, bella come una meravigliosa sfera di vetro trasparente contenente mondi sorprendenti. Aspirano immagini, respirano lentamente possibilità, si lasciano trasportare. E alla fine applaudono forsennatamente, con entusiasmo, questa Compagnia della Fortezza fatta di decine di attori, di decine di collaboratori carcerati e esterni, utopia realizzata di un altro mondo possibile. Solo, in questo nitore proiettivo, in questa assenza di colore o sovrabbondanza di colori che sono il nero e il bianco, noi, vecchi sentimentali, proviamo qualche nostalgia dell’imperfezione caratteriale dell’umano. Perfino degli errori, delle miserie, dei deragliamenti. Pensiamo al sangue versato dalle utopie realizzate (mai realizzate compiutamente, certo). Ammirati dallo spettacolo, soffriamo un po’ un’assenza di calore, di qualche sfumatura di (imperfetto) colore.

Le fotografie sono di Stefano Vaja

