Piccola quotidiana notturna apocalisse Buzzati

Certo, c’entrano la notte, gli alti pioppi dietro cui si disegna lontano uno squarcio di città, gli edifici che il buio rende poco decifrabili, un albero che sembra raggomitolato su sé stesso, una scala che porta a un edificio che appare mezzo in rovina, un’altra scaletta davanti a una casetta, e un rustico teatro nella verzura. L’ambientazione misteriosa, a momenti apparentemente indecifrabile, aumenta la sensazione di stare in bilico in una terra malferma, che potrebbe franarti intorno da un momento all’altro e trascinarti con sé o lanciarti in costellazioni inattese. Se aggiungete l’arte apparentemente affabile di uno scrittore (e giornalista) come Dino Buzzati (1906-1972), piana e insidiosa, capace di trasportare per slittamenti verso abissi umani o grovigli sociali, con aperture su scenari metafisici, avrete una descrizione abbastanza credibile dello spettacolo Qualcosa come il famoso inferno. E noi ci viviamo sopra spensierati, una produzione Tra un atto e l’altro Aps, in scena nei grandi spazi campestri di quella che fu l’ottocentesca Villa Serpieri, bombardata durante la guerra e ricostruita come istituto agrario con serre, campi e coltivazioni sperimentali. Lo spettacolo si può vedere fino a domenica 6 settembre, sempre alle 21, all’interno del progetto Tutto il mondo è teatro in cento rose, in via Vittorio Peglion 25 a Bologna (info e prenotazioni 339.5659516).

nella foto: Bruno Stori

Ma non bastano i racconti di Buzzati, che aprono scenari surreali verso il senso di colpa, la solitudine, la corsa senza una direzione, il crollo, l’apocalisse, il rendiconto nei confronti dell’immagine di sé stessi che da noi si distacca e diventa un altro, verso la malattia e l’attesa che apre altri mondi. Bisogna aggiungere, in quell’oscurità, quelle isole di luce che sono gli attori, che danno voce, corpo, vita alle visioni dello scrittore, che appaiono a scandirne le parole, a interpretarne con asciutta partecipata ironia le storie. 

Nella foto: Angela Malfitano

Ti accolgono, davanti a una serra nel buio, Maurizio Cardillo e Bruno Stori, che riappariranno in coppia in varie situazioni a scandire lo spettacolo. Per una piccola porta, per una porta aperta dove era vietato entrare e dove sei penetrato, essere condannati irrimediabilmente? Diventare preda del diavolo? Buio… Si avanza davanti a un muro bianco, con una città verticale disegnata con vasi rovesciati. E là Francesca Mazza scandisce la solitudine in una metropoli, uno spazio condiviso, vissuto, sentimentale, ma non per questo meno ansiogeno, meno solitario, meno isolante… 

Nella foto: Fabrizio Croci

Fabrizio Croci si inerpica su una scala esterna e narra di un ricovero di poco conto in un ospedale in cui ogni piano corrisponde a un grado di gravità della malattia: assistiamo a una lenta, inesorabile discesa del malato fino al buio dell’ultima stanza, dove non c’è più nulla da fare, si chiudono le serrande e gli occhi del malato. Per sempre… Poi viene la fine del mondo, l’apocalissi, racconta Angela Malfitano, e la corsa di tutti a pentirsi, a cercare di confessarsi, di rimediare a quello che non si è voluto fare…Uno è venuto a cercarti, ti ha aspettato ed è andato via: chissà che occasione hai perso e se mai quella visita e quell’occasione ritorneranno, scandiscono ad antifona in uno scenario dilatato Stori e Cardillo, ancora… Marco Manchisi dà irresistibili movenze marionettistiche all’uomo in corsa su un treno delle occasioni rimandate e perse tra una stazione e l’altra, incapace di sostare, di fermarsi… E Oscar De Summa è il sarto che racconta come sottraendo un pezzo di ferro a un edificio malsicuro, si fosse causata una reazione inarrestabile, un cedimento che aveva portato al crollo, in una nuvola di polvere… Infine Gino Paccagnella, davanti a uno specchio da teatro, è uno scrittore e giornalista (Buzzati stesso?) davanti a un altro sé stesso, che a poco a poco ne usurpa il posto e la persona e a lui si sostituisce.

Nella foto: Gino Paccagnella

Ansie di anni lontani, che assomigliano alle nostre, sintomi nella forma breve del racconto di una stagione letteraria che produceva, negli anni in cui Buzzati moriva, quel capolavoro della desolazione che è Dissipatio H. G. di Guido Morselli. Racconti vivificati dal dialogo con i luoghi e da interpreti straordinari per sensibilità, ritmo, capacità di piegare parole letterarie alla presenza del corpo-voce e di farle entrare delicatamente, profondamente in noi, con qualcosa in più di una punta di ansia, in una bollente notte di un’estate che sembra non voler finire mai.

Le fotografie sono di Ida Pellegrino.

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