“Oltre”: rivedere uno spettacolo

Questa, come ho ripetuto spesso nel blog, non è una recensione. Lo spettacolo, Oltre di Fabiana Iacozzilli, con il testo di Linda Dalisi e i puppets di Paola Villani, l’ho raccontato dopo la prima rappresentazione al Teatro Vascello di Roma l’anno scorso, e la potete leggere integralmente qui https://www.doppiozero.com/1972-oltre-lumano-nel-gelo-delle-ande. Ne estraggo solo due passaggi, quello iniziale, che serve a spiegare di che si tratti e, più avanti, un’altra considerazione, scritta verso la fine. 

Iniziamo: “Sul fondo della scena il relitto di un aereo. Sembra quello che a Bologna possiamo vedere nel Museo per la memoria di Ustica, quello del DC9 dell’Itavia abbattuto in un’azione di guerra in tempo di pace nel giugno del 1980. Lamiere deformi, lamiere che non hanno protetto le persone trasportate. Ma siamo altrove: tra le nevi della Cordigliera delle Ande, tra ottobre e dicembre del 1972. Però le lamiere ammaccate sembrano le stesse, come sono simili le valigie con i poveri resti delle persone cadute. Erano, quelli di cui parla lo spettacolo, i ragazzi di una squadra di rugby uruguaiana, con loro amici e familiari in volo verso il Cile per una partita. Il 13 ottobre del 1972 il loro volo, un aereo militare, precipitò: dei quarantacinque passeggeri se ne erano salvati, all’arrivo dei soccorsi, solo sedici. Ben presto dopo la caduta si persero i contatti con i sopravvissuti. Ma il caso fu riaperto quando due dei dispersi arrivarono ad avvisare il mondo, dopo un lungo cammino a piedi tra monti, crepacci, neve, ghiaccio, slavine, che c’erano vari scampati al disastro. E che essi, per sopravvivere, una volta terminati i viveri, si erano cibati di parti dei corpi dei compagni morti”.

Uno spettacolo bisognerebbe sempre rivederlo. Non solo perché a distanza di tempo matura, diventa più incisivo e compatto, ma anche perché noti cose che la sera della prima rappresentazione ti erano sfuggite, proprio a causa della novità dell’invenzione. La terribile storia, una lotta per la vita tra i ghiacci, spinta fino al cannibalismo, è resa senza effetti speciali, né video, né neve: solo voci, registrate e tradotte sul telone di fondo in didascalie, e pupazzi, puppets, bianchi, scarnificati, con profonde occhiaie che dicono tutta la loro sofferenza, come figure del Goya più oscuro sbiancate dal naufragio nella neve. Ma questa volta, rivedendo lo spettacolo al Teatro Piccinni di Bari nella stagione “Umano Collettivo” di Puglia Culture” ai miei occhi risalta il relitto dell’aereo. All’inizio è simile a occhi che nel buio scrutano gli spettatori e i puppets, mossi da attori capaci di dialogare intensamente con quei mobili manichini. Poi diventa sostegno per tentare una trasmissione radio, rifugio dal freddo e luogo nascosto per violare con pudore i corpi dei compagni morti, mostro che giace ferito sulla montagna con bagliori verdastri, scuri, segno gigante di un’immobilità che va a sondare gli abissi più oscuri della nostra psiche, la vita e la morte, l’ansia di sopravvivere e il sacrificio attuato per restare vivi. È una presenza che a momenti si fa discreta, in altri pesante, rivelando i limiti estremi della situazione. Oltre.

Un’altra riflessione: si tratta di uno spettacolo inusuale per i nostri teatri di prosa. Hanno avuto coraggio i programmatori di Puglia Culture a presentarlo nella stagione di prosa più tradizionale della città di Bari, in cui stanno cercando, piano, di introdurre segni, esperienze, stili nuovi. (Fantastiche le danze di Simone Zambvelli, a dare il senso del vortice che avvolge i dispersi, gli interventi musicali, le parole pronunciate e l’azione di manovratori e puppets, abbandonati in un cantone come morti, scossi da fremiti e pulsioni vitali). Come il pubblico ha accolto questa storia estrema, realizzata con grande sapienza? Bene, benissimo. Con applausi prolungati ed entusiasti. Forse perché tra gli abbonati erano concentrati una cinquantina di spettatori provenienti da Terlizzi, in provincia del capoluogo pugliese, una città senza teatro: la compagnia VicoQuartoMazzini (vincitrice di un premio Ubu per La ferocia) da alcuni anni organizza autobus per andare a vedere spettacoli, non solo in regione, per mantenere viva la necessità di teatro. Ma non erano solo loro ad applaudire.

Concludo citando (con qualche taglio) il mio articolo su doppiozero: “La storia, depurata dalla semplice descrizione dei fatti, diventa esemplare interrogazione. Sembra lo sprofondare in una situazione ancestrale, in una grotta primigenia, nella quale bisogna trovare la forza per arrivare alla luce a dispetto del gelo, della morte, della sciagurata, dilaniante fame. Diventa una sfida, che a un certo punto porta due puppets a muoversi, a cercare, dopo il primo tentativo fallimentare, scortati da una mappa, di trovare una strada per raggiungere la civiltà e farsi salvare. Scendono nel pubblico, mentre la sala viene illuminata. La metafora ci coinvolge, ci trasporta in quella arcaica situazione primaria, cerca, scava, la nostra complicità, come se fossimo proiettati in un mito antico, un viaggio di iniziazione e di scoperta di un mondo distante, ignorato, quello della natura estrema, ostile, il mondo separato dell’ignoto, dell’orrore profondo. Per cercare qualcuno che possa salvare, padri che cerchino di recuperare i corpi dei figli per dare loro sepoltura nella terra (…). E lo spettacolo, nell’orrore, nel cannibalismo, esalta le qualità immaginative del teatro, che ci trascina per virtù di pura suggestione ed evocazione, senza ricorrere alla tecnologia, nel ghiaccio, nella paura, nell’istinto di sopravvivenza, nella necessità di rinascita, mettendoci a confronto radicalmente con il gelo che può albergare in noi stessi, nei nostri comportamenti, nelle nostre relazioni, in situazioni estreme ma anche nel trascorrere della vita di tutti i giorni”.

Le fotografie dello spettacolo sono di Gianluca Pantaleo; il ritratto di Fabiana Iacozzilli è di Tiziana Tomasuolo.

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