In cammino nel varco tra i vivi e i morti

Peter Schlemihl vendette quella cosa sottile, inconsistente, che è l’ombra in cambio della borsa del denaro perpetuo, e si accorse che tutti lo fuggivano, trovavano in lui, senza quell’oscura propaggine, qualcosa di diabolico. Così racconta in un meraviglioso racconto del romanticismo tedesco Adalbert von Chamisso. Peter si salva quando trova gli stivali delle sette leghe e si mette in cammino, velocissimo, nel mondo, per fare del bene e per raccogliere erbe, trasformandosi in filantropo e naturalista.

Quante ombre ci vendiamo o ci venderemmo noi oggi, in cambio di quella borsa che Chamisso chiama “di Fortunato”, dispensata da un signore in grigio che da una normale tasca di redingote estrae oggetti meravigliosi, e perfino cavalli?

L’ombra va protetta, va ricordato che l’abbiamo. Con lei dobbiamo imparare a dialogare fuori dai luccichii della società dello spettacolo, dall’illusione della continua interconnessione. Ce lo dice un viaggio in forma teatrale, l’attraversamento di un luogo che spesso, come l’ombra, dimentichiamo, e che pure sta lì, ad aspettarci. Alessandro Renda, del Teatro della Albe, con Nephesh. Proteggere l’ombra ci porta a viaggiare in un cimitero, in uno spettacolo che idealmente si svolge tra il nostro primo respiro, che è un pianto, e l’ultimo, il rantolo per l’aria che ci abbandona. Nephesh vuol dire qualcosa del genere: respiro, aria, anima. “In un cimitero”: lo ha fatto a Ravenna, a Cesena, a Rimini, a Lecce, a Matera, a Bologna. Lo farà altrove. Ma un cimitero vale un altro, anche se tutti sono diversi.

La città dei morti rispecchia quella dei vivi. Specie se non c’è nessun visitatore e se il sole sta declinando, in un caliginoso tramonto estivo.

Dalle cuffie che ci hanno fatto indossare ci arrivano testi, con varie voci, e musiche. “Bisogna morire” canta un antico carme di Stefano Landi, musicista barocco, iniziatore del melodramma a Roma. Ma ascolteremo anche ronzii, rumori, elicotteri, terremoti e musiche che spaziano fino ad Arvo Pärt, aiutandoci a rivolgere lo sguardo dall’esterno all’interno di noi. 

La città dei morti riproduce le fattezze di quella dei vivi: a Bologna l’ala monumentale è in gran parte porticata, piena di passaggi che sprofondano nella terra o che portano verso il cielo. Angeli appaiono, piangenti o svettanti verso l’alto, come a librarsi in volo. Il busto di un bersagliere richiama quello che qualcuno fu in vita. Urne. Un luogo popolatissimo di polveri, di fantasmi, di vanità dissoltesi nella morte. Di compianti. Di fiori veri e di plastica (all’ingresso ci è stato dato un fiore da deporre dove vogliamo).

Dai corridoi passiamo in un ampio sacrario, vegliato da alcune sentinelle di pietra, soldati della Prima guerra. Rumore di bombardieri. Testi che evocano stragi, massacri morte, oggi. Il cimitero specchio del mondo dei vivi. Il testo che ci accompagna racconta la morte di una nonna che riesce appena a conoscere la nipote, Elisabetta. La gioia dell’arrivo della bambina. Il contrasto tra la malattia senza speranza e quei vagiti che nascondono gioie venture.

Dadi rovesciati in uno spiazzo. La vita è un azzardo. Cos’è il tempo? Come il nostro pieno (i nostri pieni) si svuota (si svuotano). Lo specchio iniziamo a rivolgercelo all’interno: credo che ognuno di noi pensi a un volto che era sfumato dalla memoria, a un amico, un vicino, un affetto caro inghiottito dalle nebbie della morte. Pensa a una veglia, a un pianto. A un abbandono. La parte nuova del cimitero è fredda e funzionale come le nostre città odierne.

Le stelle, morte. Ed Elisabetta che muore, stroncata giovane: è cresciuta in un attimo drammaturgico, qualche minuto, forse dieci, venti, ed è scomparsa, inghiottita da un incidente o da una malattia. Lo strazio di un tempo sempre esiguo. Anche se le stelle, così distanti, brillano a lungo dopo la loro morte. Forse morire è continuare altrimenti? È accettare il buio e andare a scoprire cosa c’è nascosto dentro? È fare caso a quella sottile trascurata propaggine che ci portiamo dietro, che è l’ombra, che è la fine? Chi sei, ti chiede la voce. Vorrebbe che tu guardassi oltre. 

Abbiamo esplorato il cimitero intero per quasi due ore. La nostra guida, distante come uno psicopompo, deità e traghettatore, ci lascia. Ci congeda dentro di noi.

Poscritto d’agosto.

Questo testo l’ho scritto in luglio, ma per vari motivi lo pubblico solo oggi. I cimiteri, come si capisce anche dalla mia cronaca, sono diventati luoghi di spettacolo, come le carceri, come altri luoghi tradizionalmente “extra moenia”. Come altri luoghi rimossi. Il nostro teatro più innovativo cerca di fare i conti con spazi che vorremmo dimenticare. Ci spinge alla dolorosa, a volte, arte della memoria. A Bologna c’è una vera e propria stagione estiva alla Certosa, il Cimitero Monumentale.

Risulta perciò assurda la notifica arrivata ad Archiviozeta dalla direzione del Cimiteri di guerra germanici. Dall’anno prossimo non potranno più ambientare i loro straordinari spettacoli nel Cimitero militare germanico del Passo della Futa, dove creano opere spesso sconvolgenti da una ventina d’anni, portando, tra l’altro, molti cittadini a scoprire quel luogo di meditazione (ora sono in scena con “Il processo” da Kafka fino al 23. La speranza è che si receda da questo divieto, come già è avvenuto una volta qualche anno fa. Non è il silenzio, la distanza della città dei vivi che rende più sacri quei luoghi: è l’attraversarli, pensarli, ripensarli, in dialogo necessario tra i vivi e le loro ombre.

ideazione, regia e drammaturgia Alessandro Renda

dramaturg e assistente alla regia Tahar Lamri

testo Tahar Lamri, Alessandro Renda

voci Gemma Hansson Carbone, Tahar Lamri, Alessandro Renda

design del suono, musiche e montaggio Francesco Tedde

missaggio Cecilia Pellegrini

realizzazione tecnica Antropotopia

organizzazione Chiara Maroncelli, Stefania Nanni, Marcella Nonni, Roberta Staffa

promozione Serena Cenerelli, Maria Chiara Parmiani, Monica Randi

distribuzione Francesca Venturi con Claudio Ponzana

produzione Albe/Ravenna Teatro

con il patrocinio di Comune di Ravenna

in collaborazione con Azimut

ringraziamenti Elisabetta Garrone, Ciro Montanari, Mattia Scarmin, Serena Spadavecchia,

Marco Turchetti

prima nazionale Ravenna, Cimitero Monumentale, 7 ottobre 2024

Fotografie di Serena Spadavecchia

condividi

post correlati