È bello quando le storie abbandonano i loro rassicuranti riposti, le pagine dei libri, i cinema, i teatri, e si trasferiscono in luoghi reali della città. In quel caso non rivelano più solo sé stesse: quando sono storie forti dialogano con gli ambienti non canonici che le contengono, suscitando meraviglia e pensieri. Avviene a Bari con la bella rassegna indipendente Il peso della farfalla, ideata e diretta da Clarissa Veronico, che va a scovare posti pieni di risonanze. Come la chiesa di San Gaetano, nella città vecchia, che per trovarla bisogna chiedere due, tre volte. La scovi in un vicolo stretto, davanti a una facciata austera che si eleva molto oltre lo sguardo. Entri e scopri un ambiente caldo, con dipinti murali e statue, quelle della processione del Venerdì Santo. In un angolo c’è un baldacchino con figure incise nella corona che circonda la cupola. Ci spiegano che la chiesa la domenica è utilizzata dalla chiesa etiope per i suoi culti: e così siamo precipitati in un impianto barocco adibito a una ritualità vicina a quella copta (le due chiese viaggiarono unite per secoli, per separarsi in epoca piuttosto recente). Qualcosa contenuto dentro qualcos’altro.
Cosa vedremo, tra segni sacri variegati che evocano sincretismi? Emma B. vedova Giocasta di Alberto Savinio, monologo scritto nel 1949, cavallo di battaglia di attrici come Paola Borboni e Valeria Moriconi. Questa volta lo interpreta Marco Sgrosso, attore formatosi a Bologna alla grande scuola del Teatro di Leo (de Berardinis), dove l’innovazione si addossava la tradizione per riscoprirne gli spiriti più vitali, alfiere ora delle Belle Bandiere, la compagnia formata con Elena Bucci.

Sgrosso indossa i panni femminili della vedova che aspetta il figlio dopo quindici anni di lontananza di questi: è donna, ma al contempo, in certi passaggi di voce profonda, in certi scarti, è uomo: è il figlio adorato, è l’ombra del marito violento cui quel giovane uomo doveva essere argine, è l’ombra dell’abbandono, è vezzo femminile, è dolore della lontananza, è incorporazione di un altro, sdoppiamento e proiezione.
Non a caso nel titolo appare il nome chiave della questione edipica: Giocasta. La vedovanza è per il figlio, salvato in modo boccaccesco da un rastrellamento nazista, scappato lontano, mai tornato dalla madre perché lei era gelosa della moglie, “la scorfana”, e delle successive compagne. Lei era l’Unica.
Sgrosso è sensibilissimo in cambi di personaggio e di intensità millimetrici, facendoci dimenticare, l’en travesti, e, a un tempo, ricordandoci la natura doppia, tripla di quella donna-uomo che vive di sola proiezione, di dislocamento in altri.
Lo spettacolo lo avevo già visto a Primavera dei teatri di Castrovillari nel 2025. Mi sembra che il finale sia diverso. Scrivevo che terminava con una musichetta allusiva e ribalda “alla Paolo Poli”, probabilmente mentre lei, scaduto ormai il tempo di attesa del figlio, annunciato da una lettera, si truccava. Probabilmente: perché il ricordo dei dettagli degli spettacoli nel tempo si fa incerto. Ora c’è un buio, un clamore: dall’ombra appare un fantasma, un essere mascherato… Il figlio in sembianza di shite del teatro Nō giapponese, il morto che torna a raccontare? L’immagine del figlio proiettata come ossessione e possessione amorosa della madre? È un finale ambiguo, che lascia allo spettatore il compito didecifrarlo, di immaginarlo, mettendo in azione le passioni, le sensazioni che questo avvolgente spettacolo ha scatenato.


